All’inizio del nuovo anno, lo scambio degli auguri è il più coinvolgente tra tutti. L’augurio di Buon Anno arriva a tutti, attraverso i canali di comunicazione oggi esistenti e che, in qualche modo, non escludono nessuno.
In queste pagine di apertura del nostro settimanale abbiamo accolto gli auguri di diverse categorie di persone, rappresentative solo di alcuni ambiti, è evidente, ma che vogliono in qualche modo coinvolgere Chiesa e società. Non potevamo non partire dal nostro Arcivescovo Roberto al quale abbiamo rivolto alcune domande.
Prima di proiettarci sul nuovo anno, le chiedo di volgere un breve sguardo su quello concluso. L’anno del Giubileo: cosa resterà di questo Anno Santo?
Il 2025 che si conclude è stato ricco di avvenimenti che hanno segnato e segnano ancora oggi il cammino della comunità, non solo cristiana ma anche di quella sociale. Un anno caratterizzato soprattutto negli aspetti drammatici della guerra, che continua in Ucraina, dalla situazione drammatica di Gaza e dalle guerre che lì si sono sviluppate. La morte di papa Francesco, l’elezione di papa Leone XIV, hanno segnato profondamente dal punto di vista ecclesiale, anche se hanno dimostrato come la Chiesa vive sempre nella continuità pur con l'avvicendarsi dei diversi servizi dei ministeri, come quello del Papa. Infatti papa Leone ha portato avanti gli appuntamenti del Giubileo avviato da Francesco e lo ha concluso. Questo ci dice come la Chiesa vive nella continuità pur nelle diversità delle persone. Cosa resterà di questo Anno santo? Certamente le persone che hanno potuto partecipare ai diversi appuntamenti, fra cui il pellegrinaggio delle due diocesi: avranno nella memoria ricordi indelebili di gioia, di preghiera, di incontro. L'anno del Giubileo, potremmo dire che è sempre un momento festivo nel cammino invece ordinario, nel cammino cristiano, nel cammino più feriale. Questo ricordo festivo ci sprona, ci alimenta, ci aiuta anche ad attraversare momenti bui, momenti di fatica. Resterà il ricordo, soprattutto della misericordia ricevuta e l'invito a donare misericordia.
Il 2026 è iniziato con le parole del Papa che, ancora una volta, richiama la pace. C’è speranza che le sue parole prima o poi vengano finalmente ascoltate?
Papa Leone, sin dal primo momento in cui è apparso nella loggia delle benedizioni, ha parlato di pace, ha dato il saluto di pace che è il saluto del Signore. Non manca occasione per levare la sua voce in favore della pace, per denunciare anche, purtroppo, tutto il traffico legato alla guerra che è il traffico di armi, il traffico di interessi. Questa sua voce credo che porterà a qualcosa, se non altro all’interno delle diplomazie che oggi cercano un percorso di pace. E poi crediamo nell’opera, nella forza della preghiera che cambia i cuori: speriamo che coloro che devono poi prendere decisioni finali possano essere toccati nel loro cuore dal Signore per cercare una prospettiva di pace.
Guardando a noi, alla nostra Chiesa diocesana, il 2026 apre a un evento che per lei sarà molto impegnativo: la Visita pastorale. Che anno sarà, in questo senso, per la nostra Arcidiocesi?
Certamente la Visita pastorale è un momento impegnativo per il vescovo che deve affrontarla con i molteplici incontri, ascolti, viaggi, ma è impegnativo anche per le comunità che ricevono il vescovo, che devono prepararsi con la preghiera, a loro volta, con incontri, con approfondimenti, quindi sia per i sacerdoti delle parrocchie che per i fedeli della comunità. Un anno nel quale, soprattutto, sarà intensificato l'aspetto relazionale: la relazione dei fedeli, dei sacerdoti, dei parroci, soprattutto, ma anche degli altri collaboratori con il proprio vescovo. Dunque, quello che rimarrà alla fine, credo, è soprattutto un approfondimento degli aspetti relazionali, una conoscenza immediata del bene fatto, delle problematiche che pure ci saranno, delle fatiche per incoraggiare tutti a ritornare al Vangelo.
La frase che ispira tutta la Visita è quella che Gesù rivolse a Zaccheo: oggi voglio venire a casa tua. Chi sarà Zaccheo per lei in occasione della Visita?
Zaccheo, prima di tutto, sono io stesso che ricevo dal Signore questo invito a scendere e a farlo entrare in casa mia che è il mio cuore, la mia vita, la mia esistenza. Poi Zaccheo saranno tutte le persone che io incontrerò alle quali inviterò a lasciar aperta la porta per far entrare il Signore: nessuno escluso. Certamente le persone che fanno un cammino di fede sentiranno questo in modo più immediato, però anche coloro che sono un po' tiepidi, un po' distanti, potranno vivere quest'occasione di incontro con il Signore e anche coloro che sono più lontani: sapere che il Signore non li giudica, li aspetta, li accoglie, vuole incontrarli.
Incontrare le comunità significa anche attraversare il territorio che vive un tempo di fatica per quanto riguarda lo spopolamento, l’economia, la mancanza di servizi. Cosa ci dobbiamo augurare per la nostra terra arborense?
Conosciamo già da tempo le problematiche legate al nostro territorio che sono quelle indicate, appunto, dello spopolamento, della fatica economica, della mancanza di servizi: pensiamo soprattutto al dramma legato alla Sanità. Quello che noi vogliamo augurarci è che le persone preposte al governo, quindi anche le persone che vivono la dimensione politica come un servizio, davvero la pensino e la vivano in questo modo trovando risposte, per quanto possibile, alle esigenze delle persone. Non tutto è sempre facile o immediato, sono a volte processi che richiedono tempo e sono inversioni di rotta anche complicati dopo decenni: cambiare stile di vita diventa più difficile se radicato nel tempo. Confido nel fatto che esistono tante buone persone, anche persone responsabili, che vivono la loro autorità di governo e politica come un vero servizio.
Una domanda sulle due diocesi, la nostra e quella di Ales-Terralba, unite nella sua persona: ci sono prospettive per una unione più forte? Ci sarà spazio in questo nuovo anno per momenti comuni?
Credo che dai segnali che riceviamo, sia dal Santo Padre che dalla Santa Sede, non ci siano inversioni di rotta in questo momento e quindi si cerca di continuare con l'unione in persona episcopi e favorendo soprattutto le possibilità di incontro, di collaborazione, di lavoro comune, cercando di creare opportunità per definire una nuova realtà. A dir la verità, non saprei questo quanto potrà accadere: mi pare che il cammino da fare sia ancora molto lungo e bisogna creare una mentalità di collaborazione, una nuova prospettiva di lavoro pastorale di tutti gli uffici che ci sono nelle due diocesi, dei gruppi, anche dei fedeli e dei sacerdoti.
Che cosa desiderare per la Chiesa arborense? Qual è il suo sogno?
Prima di tutto quello di crescere e di realizzare una vera comunione fra noi, nelle nostre comunità: fra fedeli e presbiteri, fra presbiteri e vescovo. Quello di riprendere il dialogo, se si fosse interrotto; di accogliere l'altro nel desiderio di comprendere le sue fatiche, il suo cammino e anche le cose buone che esistono nella sua vita. Secondo aspetto è quello della collaborazione che è vitale in questo momento per la Chiesa. L'abbiamo detto tante volte: non può esistere il prete da solo, come non esiste il vescovo da solo, così anche il fedele da solo. Si tratta di un cammino di comunità dove ciascuno offre il suo dono, la sua vocazione, lo mette al servizio di tutti. Questo è il sogno: naturalmente tutto questo è ispirato dalla persona e dalla parola di Gesù.
Mauro Dessì
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