Giovedì, 16 Aprile 2026

 

Esistono luoghi dove il tempo, pur scorrendo, non riesce a scalfire la roccia della memoria, e Gadoni è senza dubbio uno di questi. Quando arriva la Settimana Santa, il nostro paese non si limita a celebrare i riti: esso diventa un rito stesso.

* Federico Melis

 

È un legame viscerale, un’eredità di fede e identità che si tramanda di generazione in generazione e che trasforma ogni vicolo in un palcoscenico di devozione collettiva, testimoniando quanto il paese sia ancora oggi profondamente radicato nelle sue tradizioni più antiche. Tutto inizia con la Domenica delle Palme, quando l’aria stessa sembra cambiare e farsi più densa.

Il modo di pregare si trasforma: il rosario abbandona le tonalità consuete per vestirsi di gravità e iniziano a risuonare is saludus tristi. Sentire intonare in gadonese Laudau sempre siat, su crudeli dolori de Maria. Sempre siat laudau, su coru de Maria trapassau. Sempre siat gloriosa sa Virgini Maria Dolorosa è un brivido che percorre la schiena, un lamento che è allo stesso tempo preghiera e abbraccio alla Vergine.

Per tutta la settimana, la colonna sonora solo Gosos di Bonaventura Licheri, il grande poeta di Neoneli che nel XVIII secolo seppe tradurre i misteri della fede in versi popolari così potenti da restare scolpiti nella nostra memoria orale. Grazie alla sua penna, la teologia si fa canto del popolo, accompagnandoci dal lunedì fino alla gioia della domenica. Il Giovedì Santo, dopo la Messa in Coena Domini, la comunità si ritrova davanti all'altare della riposizione: qui, tra il verde pallido e delicato de su Nenniri - i germogli di grano fatti crescere al buio - si compie l’atto di abillari a Deus. L'adorazione eucaristica notturna è scandita dal rosario in sardo, dal canto di Sette ispadas de dolore e dal profondo canto di penitenza Clementissimu Deus.

È una notte di attesa vigile che prepara al dramma del Venerdì. All'alba, quando la luce è ancora incerta, la Via Crucis attraversa il paese accompagnata dal canto Nade si s’amadu meu, un botta e risposta straziante tra la Veronica e la Madonna che cerca disperatamente il Figlio.

Dopo l’esaltazione della Croce nel pomeriggio, chiamata in sardo perra ’e missa, la sera ci porta nel cuore del mistero con su scravamentu. La deposizione e la processione di Gesù morto si snodano per le vie del paese, avvolte nel buio e sostenute dai gosos Dademi pro amore e Deus limusina a l’interrare e dal monito Cagliade-bos creaturas.

È un momento che ci riporta indietro nei secoli, a quando questo rito si svolgeva nel convento dei Frati Minori Osservanti dedicato alla Madonna d’Itria, luogo oggi scomparso ma ancora vivo nello spirito dei gadonesi. In questi giorni, i protagonisti sono anche i bambini. Un’ora prima delle celebrazioni, percorrono le strade con matracas, arraneddas e traculeddas, avvisando i fedeli con il suono secco del legno.

Anticamente, il venerdì mattina, questi piccoli strumenti davano vita a Su madodinu: all’ordine del sacrestano, il frastuono riempiva la chiesa per scacciare le forze del male proprio mentre il Cristo si avvicinava alla morte. La devozione passa però anche per il sacrificio della tavola: la severa astinenza dalla carne vedeva come piatto tipico del venerdì Sa Castangia piluda, la minestra di castagne tenute a essiccare tutto l’inverno proprio per questa ricorrenza.

Ma la sofferenza prepara la gloria. La domenica si celebra la tradizionale processione de s'incontru: le strade si animano per il tragitto dei simulacri che convergono nel cuore del paese. Quando la Madonna viene finalmente spogliata dei veli del lutto per vestirsi a festa, il silenzio esplode: le campane riprendono a suonare a festa e i fucili sparano a salve.

È la vittoria della vita che si manifesta anche nel ritorno alla convivialità, tra le tradizionali pardulas, is cocois de casu, sa geladina e su cocoi de ou decorato con lo zafferano, simboli di rinascita. Partecipare a questi riti a Gadoni non è solo un atto religioso, è un modo per dire che la nostra comunità è viva, orgogliosa delle sue radici e pronta a tramandarle, intatte, a chi verrà dopo di noi.


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