Nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio, che è tradizionalmente ricordata come la Candelora, la Chiesa celebra anche la Giornata per la Vita Consacrata. Lunedì 2 febbraio, in Cattedrale, l'Arcivescovo Roberto ha presieduto il Pontificale a cui hanno partecipato tanti religiosi e religiose presenti nella nostra comunità diocesana.
Nell’omelia, l’Arcivescovo ha esordito ringraziando il Signore per il dono della consacrazione: Questa celebrazione è occasione per rendere grazie a Dio e a voi per l'impegno che quodidianamente, ciascuno di voi secondo la propria vocazione e carisma, porta avanti nella vita della Chiesa diocesana.
Poi, non nascondendo i momenti di fatica, di scoraggiamento, di buio, mons. Carboni ha incoraggiato alla perseveranza: Il Signore, che ha suscitato il desiderio di servizio nel cammino della vita consacrata e ispirato l’adesione alla spiritualità dei vari fondatori che la Chiesa ha riconosciuto come lampade per il cammino, sa sostenere la fatica quotidiana. La vita consacrata sta attraversando da tempo una stagione che non assomiglia a nessuna delle precedenti che ha vissuto. Non si tratta solo della diminuzione numerica, che pure ha la sua importanza e neanche della chiusura di opere prima importanti e significative e che oggi si fa fatica a mantenere. Ciò che sta oggi cambiando potremo dire è il volto stesso della Vita Consacrata, un cambio antropologico e spirituale che va affrontato e ascoltato senza paura. Oggi emergono nuove urgenze, che toccano l’umano prima delle strutture. L’Arcivescovo non ha parlato, quindi, di problemi da risolvere ma di luoghi teologici in cui il Signore parla: Sono stimoli e spinte a generare qualcosa di nuovo. La prima dimensione che affronta la Vita consacrata in questo momento storico è la vulnerabilità, concreta, che si incontra nelle comunità e nelle persone. Fragilità psicologia, solitudine, stanchezza, fatica spirituale. È il contesto umano in cui la Vita Consacrata è chiamata a vivere. Nel passato eravamo abituati a guardare alla Vita consacrata come a un luogo di forza e stabilità, oggi ci rendiamo conto che c’è anche una umanità ferita ma che proprio in quel contesto il vangelo si fa strada. Non un ideale astratto ma la vita concreta delle persone, la loro storia. Ma come affrontarla senza lasciarsi travolgere? Bisogna assumerla con lo sguardo di fede e con umiltà.
Poi un accenno alla chiusura di tante strutture e la conclusione di opere portate avanti dai religiosi: Assistiamo anche alla fine del modello centrato sulle opere. Oggi, come ben sappiamo si chiudono molte opere, si trasformano, sono consegnate alle diocesi o allo Stato. È un passaggio necessario per aprirsi al nuovo. Iniziare altri processi, di rinnovamento, di nuova presenza nello stile.
Un’altra questione importante su cui si è riflettuto è la questione della autorità: Gli abusi spirituali, le dinamiche di controllo, le forme sottili di infantilizzazione non sono casi isolati: sono segnali di un immaginario dell’autorità che deve essere ripensato alla radice.
Potremmo dire che è necessaria una conversione dell’autorità. Verso una autorità evangelica: che non controlla, non possiede, è libera e adulta. Accompagna senza sostituirsi, senza dominare o soffocare. Infine un invito a come fare i conti con l’era digitale: Il digitale non è un mezzo, è un ambiente antropologico.
Cambia il modo di pensare, di relazionarsi, di discernere, di esercitare l’autorità, di vivere la missione. Il digitale introduce nuove forme di prossimità e nuove forme di solitudine. In conclusione, gli auguri per tutti: La Chiesa prega per la Vita Consacrata, per ciascun consacrato perché sappia guardare a nuovi orizzonti, nella fedeltà al carisma ricevuto, nel coraggio di un nuovo annuncio del Vangelo.







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