Lunedì, 19 Gennaio 2026

 Partecipata, intensa, riflessiva. Tre aggettivi per descrivere la Veglia di Pentecoste dello scorso sabato 7 Giugno che il Vicariato urbano ha proposto in collaborazione con i Movimenti e le associazioni ecclesiali in concomitanza con il Giubileo a loro dedicato. Un bel momento di preghiera che ha coinvolto i numerosi partecipanti in un ideale pellegrinaggio animato dallo Spirito.

Dopo essersi ritrovati davanti il monastero delle Servidoras, per la preghiera iniziale guidata dal Vicario urbano, mons. Gianfranco Murru, i numerosi fedeli si sono diretti verso la Cattedrale. Nella piazza della Chiesa madre arborense, l’Arcivescovo Roberto ha proseguito la preghiera facendo riferimento al fuoco e all’acqua, segni della Veglia pasquale in quella ideale continuità che lega la Pasqua alla Pentecoste.

Rinnovate le promesse battesimali, i pellegrini sono entrati in Cattedrale per l’ascolto della Parola e l’invocazione dello Spirito. Preziosa l’animazione del coro vicariale d'insieme che ha aiutato a vivere con intensità la Veglia. Molta attenzione hanno destato le parole dell’Arcivescovo Roberto, della cui riflessione riportiamo alcuni stralci.

Mentre ascoltavo il testo del profeta Isaia, che parla del deserto che diventerà un giardino in cui prenderanno dimora la giustizia e il diritto, in cui la giustizia darà pace e tranquillità, dove il popolo abiterà una dimora di pace, passavano dinanzi ai miei occhi le immagini che quotidianamente occupano le prime pagine dei giornali e dei mezzi di comunicazione. Dalla striscia di Gaza, dall’Ucraina… non ci sono giardini ma cumuli di macerie, di polvere, di disastro; non immagini di tranquillità ma di padri in lacrime che sostengono i corpicini dei loro bambini uccisi dalle bombe, di madri che non hanno più lacrime per piangere…

Non immagini di abitazioni tranquille ma di una ressa confusa e violenta e di una calca inimmaginabile per poter avere un po’ di cibo per la propria famiglia. Viene quasi spontanee la domanda: Signore, di cosa parla la tua Parola? A quando si riferiscono queste immagini di pace e tranquillità? Sono domande legittime, che nascono dalla nostra fragilità, dal nostro sguardo limitato, dal dolore che vediamo nei volti di altri uomini e donne. Sappiamo per fede che il Signore è nelle strade di Gaza e nei rifugi di Kiev; è vicino a quei corpi, a quelle ferite.

È lo stesso Signore Gesù che fa a noi le domande: chi ha generato tutta questa violenza? Chi ha messo fuoco a questo incendio? Chi ha fatto tutta questa distruzione? Noi lo sappiamo: ci sono dolori che nascono dalla forza della natura che si scatena (pensiamo ai terremoti), ma ce ne sono altri che sono creati dagli uomini; dalla loro volontà di potenza, di dominio, dall’avidità di avere di più, dal desiderio di imporre le proprie ragioni. La nostra fiducia nello Spirito di Dio ci dice che non ci rivolgiamo magicamente al Signore perché ci risolva i problemi.

Non facciamo una preghiera perchè il Signore deve occuparsi di tutto. Egli ci dice con chiarezza quanto già aveva detto ai discepoli che gli facevano notare la folla affamata: date voi stessi da mangiare. Il Signore ci mette, cioè, nella prospettiva della responsabilità, di muoverci noi per fare qualcosa, di creare opinione pubblica, di chiedere giustizia, di dare aiuto. Certo, siamo anche chiamati a invocare lo Spirito di Dio, a rivolgerci al Padre. Solo attraverso la forza dello Spirito si può rinnovare la terra.

Anche il testo della lettera di San Paolo ai Romani: La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato, ci riporta a una dimensione di fede, non come un estraniarci dalla realtà, ma piuttosto leggere la realtà in profondità per muovere la volontà, la decisione. Paolo non vuole illudere i suoi interlocutori. La sicurezza viene dall'amore di Dio che ha invaso l'intimo del credente. Non si tratta di una pia illusione, è lo Spirito che è stato dato al credente. Egli può fare affidamento su questa forza creativa che gli è stata data come caparra e pegno. Sono le parole di Gesù riportate dal vangelo di Giovanni che ricordano a noi credenti che non siamo soli. C'è una stretta correlazione tra l'amare Gesù e osservare e custodire le sue parole.

Chi non lo ama non lo ascolta. Giovanni nel suo vangelo ci dà molti esempi di questa mancanza di ascolto. Gesù ci tiene a ricordare che la sua parola è degna di ascolto perché non è sua. Ecco perché spesso veniamo invitati a invocare lo Spirito Santo prima di accingerci a leggere il Vangelo o la Bibbia: perché ci aiuti a comprendere in profondità, in modo conforme alla nostra situazione e alle nostre capacità, la parola di Dio, gli avvenimenti che Lo riguardano, le verità che riguardano anche la nostra vita.

A.D.


 

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