Nel segno della Speranza che non delude, Spes non confundit, papa Francesco ha indetto il Giubileo che è arricchito anche da un nutrito programma di iniziative artistiche con particolari attenzioni al mondo delle carceri e ai diritti umani violati. Pensare il Giubileo significa compiere un viaggio interiore, il pellegrinaggio che conduce il fedele a varcare quella soglia simbolica rappresentata dalla porta monumentale che segna il passaggio, il cambiamento, la trasformazione da uomo vecchio a uomo nuovo, nello spirito e nella fede, assumendosi l’impegno di rinnovare soprattutto una pratica di vita che tende maggiormente a rispecchiare gli insegnamenti del vangelo.
* di Antonello Carboni
In questa dimensione di fede, e di simboli che la sostengono, facilitano e accompagnano nella comprensione, il rapporto tra Arte e Chiesa ci rimanda anche alla Porta Santa della Morte della Basilica di San Pietro, realizzata da un grande artista internazionale del Novecento italiano, Manzù, all’anagrafe Giacomo Manzoni.
La Porta, inaugurata solo nel 1964, oggi è nota soprattutto per il suo splendore e possanza, ma anche per il rapporto di stima e amicizia che legò l’artista a papa Roncalli. Per noi sardi pensare all’arte che ci lega al giubileo significa anche ricordare un episodio fondamentale per gli sviluppi della stessa nel corso del Novecento sardo; un incontro fortuito, accaduto a Roma nel 1900, in occasione del Giubileo indetto da papa Leone XIII, tra uno sparuto gruppo di atzaresi e un giovane promettente artista spagnolo, Eduardo Chicharro Aguera, studente dell’Accademia di Belle Arti Spagnole di Roma.
I pellegrini, originari di Atzara, erano sei in tutto, due sacerdoti e quattro vestiti in abiti tradizionali. Il giovane artista, folgorato da questa visione, vi ritrovò la solennità e ricchezza decorativa dei costumi portati dalle giovani spagnole. Chicharro, prima di vincere la borsa per frequentare il settimo corso di studi dell’Accademia, 1900-1904, frequentò assiduamente per tre anni lo studio del grande pittore Joaquin Sorolla Bastida, dal quale apprese la magnifica lezione del Luminismo.
Il giovane pittore, rappresentante di una risorta tendenza artistica denominata Costumbrismo, che affonda le sue radici nella tradizione artistica spagnola del XVII secolo, getta le basi in Sardegna per avviare un rinnovamento dei linguaggi sedimentati su stilemi realisti, che nei primi decenni del XX secolo migrano verso nuove tendenze ed espressioni, soprattutto di interesse per le tradizioni popolari in via di estinzione e per la società ritratta in costume.
Nell’estate del 1901 Eduardo Chicharro si trasferisce ad Atzara e ci resterà fino al mese di ottobre. Purtroppo a causa della malaria non porterà a termine alcune sue tele di grandi dimensioni, tra le quali quella sulla Festa di San Mauro, ma sua è la carica che trasmetterà qualche anno più tardi al giovanissimo artista dell’accademia Antonio Ortiz, che giungerà ad Atzara nel 1906.
Questi due grandi pittori spagnoli continueranno a ritrarre scene e soggetti sardi anche a distanza di anni, lontani dalla Sardegna, e la generazione di artisti sardi che impegneranno la scena isolana affermeranno negli anni venti di avere guardato con ammirazione e tratto ispirazione dal loro volto.
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