I portali di accesso d'ingresso per le proprietà terriere costituiscono una realtà architettonica diffusa soprattutto nel Campidano di Oristano, nella Marmilla, nella Trexenta, nel Campidano di Cagliari e nel Sassarese.
* di Antonello Carboni
Quelli sopravvissuti all’incuria e al tempo sono stati rimaneggiati, alcuni inglobati all’interno del centro abitato, altri ancora sono stati oggetto di restauro. Nell’oristanese, di quelli ben visibili ed esteticamente degni di nota, ne incontriamo diversi, e soprattutto nelle vie di accesso a Oristano, sia lungo la provinciale 292 che da Massama conduce a Ponti Mannu, sia lungo la stessa che congiunge Nurachi con Donigala Fenughedu. Anche tra Silì e Oristano è presente un portale monumentale, quello dell’oliveto Cabitza, il primo a essere stato interessato dall’intervento di restauro nel 1989, grazie all’impegno del sindaco Franco Mura e del Lions Club di Oristano.
Origine storica
Ogni volta che li ammiriamo in auto, sovente ci interroghiamo sulla loro origine storica e sulle motivazioni che spinsero i proprietari a edificarli. Vico Mossa, tra i maggiori architetti sardi, in uno studio sui Portali scrisse: fin dai tempi remoti i sardi sentivano un bisogno spietato di possedere la terra. Potrebbe anche essere un’affermazione ragionevole, e peraltro comune a molti popoli, ma di tempi remoti documentati e di bisogno spietato, in Sardegna si ricordano quelli dei Romani e l’iscrizione contenuta nella tavola di Esterzili. 20 kg di bronzo che raccontano un decreto del 69 d.C. che imponeva ai Galilenses, i sardi pastori, l’obbligo di abbandonare le terre che occuparono ripetutamente con violenza ai danni dei Patulcenses, i contadini che giunti dalla odierna Campania tra il 115 e il 111 a.C. la detenevano e coltivavano legalmente.
Una storia, quello dello sconfinamento per la ricerca di pascoli, che si ripete da secoli: per queste ragioni si era obbligati a delimitare il chiuso per mezzo di siepi, oppure fossati e muretti a secco. I portali monumentali, realizzati nella campagna a partire dalla fine del XVII secolo, rappresentano un pezzo dimenticato di storia agricola, economica e sociale che si delinea lentamente, soprattutto a partire dalla metà del XV secolo, e si consolida all’indomani della cessione del Regno di Sardegna alla dinastia sabauda, nel 1720. Queste imponenti costruzioni, edificate non solo per affermare e ricordare la proprietà privata, sempre imperfetta perché condizionata da diritti feudali, e lo status sociale, spesso acquisito in virtù di norme del legislatore, segnano in modo maestoso l’ingresso, il limite, la soglia che determina la fine del condiviso.
La produzione olearia in forte crescita economica
Fino a tutto il XVI secolo l’agricoltura si distingueva soprattutto per la ricchezza di vigneti e frutteti, e solo quando per gli spagnoli l’olio ha cominciato a rappresentare un forte fattore di crescita economica, anche in Sardegna l’olivicoltura è diventata un’attività rilevante. Durante il periodo dei Viceré aragonesi, a partire dal 1434, vennero incentivate ricompense monetarie per chi innestava gli olivastri, e il conseguente riconoscimento di proprietà della pianta. Questa operazione veniva spesso svolta dai pastori, che si ritrovavano perciò proprietari di olivi nei terreni altrui. Il Fara, storico sassarese ed ecclesiastico, nel 1580 scrive che negli ultimi anni i Sardi hanno iniziato a piantare ulivi, che ricompensano abbastanza felicemente i lavori dei coltivatori; e quindi, di giorno in giorno, aumentano gli oliveti. Ma il gesuita Giovanni Botero, lamenta che i Sardi, sul finire del ‘500, importino ancora olio dalla Liguria perché per la dapocaggine de gli habitanti, che condiscono i cibi con grasso di animali, non si producesse oglio di ulive, ma oglio di lentischio.
L'individualismo agrario alla base di nuove riforme
Per il pieno sviluppo della produzione olearia bisogna attendere la prima metà del Seicento, quando si istituì l’obbligo di piantare almeno 30 piante di olivo ogni 30 palmi, e per chi non ottemperava era prevista una ammenda di 200 ducati e 7 anni di galera per chi ne causava l’incendio. È il 1624 quando 50 contadini esperti di innesti, provenienti da Valenza e Maiorca, insegnarono le tecniche ad almeno 500 sardi. Successivamente venne imposto ai baroni di costruire frantoi. Infine i piemontesi riconosceranno il diritto di cavalierato ereditario e la nobiltà, a coloro che avessero impiantato almeno 2000 ulivi. È in questo particolare momento che si attua un individualismo agrario e si gettano probabilmente le basi che genereranno le spinte sociali ed economiche che daranno modo di riconoscere il podere con il frantoio, e il casale proprio, perché anticipati dall’imponenza del portale di ingresso. Affondano le loro radici estetiche sia nelle lontane architetture delle porte di accesso all’antica Roma, che si trovavano all’ingresso del cardo e del decumano maggiore, sia negli archi trionfali come quelli di Tito o di Costantino, modelli che si diffusero successivamente anche in tutta Europa, non solo in Italia.
Sull’ingresso del fondo dedicato soprattutto alla coltura dell’olivo, e degli agrumi nella zona di Milis, queste costruzioni si diffondono soprattutto in stile Barocco e Neoclassico. A Cabras sorge probabilmente il più antico, il portale di Donna Annetta, un’importante architettura realizzata in arenaria che si sviluppa in altezza grazie alla presenza nel timpano di tre eleganti finestre ad arco inflesso. Sempre a Cabras troviamo anche un mastodontico e decisamente più recente portale detto di Don Peppi.
Un'architettura diffusa
Non è un caso che nell’Oristanese ci siano queste architetture, perché dopo Sassari, Alghero, Bosa e Cuglieri, nel Settecento diventa uno tra i territori produttivi oleari maggiori dell’Isola. Sontuosi e contraddistinti da volute barocche, ci sono i portali Loffredo in Piazza di Chiesa a Donigala Fenughedu, il portale dell’oliveto Pisanu sempre a Donigala e il portale degli Scolopi lungo la provinciale 292 nei pressi dell’abitato di Nuraxinieddu. Infine troviamo al Rimedio lo splendido portale monumentale di Don Antonio Vitu Sotto, la cui progettazione è attribuita a Giuseppe Viana, giunto in Sardegna nel 1771 con il titolo di estimatore e misuratore delle Fortificazioni e Fabbriche militari. Quest’architettura in stile tardo barocco è l’unica ad avere una data certa, in quanto, stando all’atto di donazione, risulterebbe concessa, nel 1780, quale regalo di nozze tra Vitu Sotto e la moglie Donna Annetta Spano. Sarebbe questo un caso isolato di architettura non funzionale al necessario possedimento di un oliveto ma alla costruzione del bello atto a celebrare esclusivamente lo status sociale, non certo le vittorie militari degli Archi di trionfo. 26 anni più tardi verrà emanato l’Editto degli Ulivi che rinnoverà la concessione di titoli nobiliari a chi avesse piantato almeno 4000 olivi. La storia dei portali monumentali in Sardegna è complessa ma affascinante. Quelli da visitare sono tanti, ancora in agro di Solanas, Milis e San Vero Milis. Recentemente alcuni sono stati restaurati grazie all’interesse di professionisti che hanno creato le condizioni tecniche ed economiche per poter procedere. Il nostro invito è quello di esplorarli aggiungendoli alla lista delle priorità da visitare, prestando dunque attenzione a questi manufatti artistici che connotano la nostra cultura locale.
Galleria fotografica

Portale monumentale a Milis

Portale monumentale a Milis

Portale monumentale a Nuraxinieddu

Portale monumentale a Solanas

Portale monumentale Don Peppi a Cabras
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