di Alessia Andreon
Dalla cittadina lagunare proviene anche il pianista Thomas Sanna, che dopo il percorso tradizionale al conservatorio di Cagliari, ha scelto di proseguire gli studi diplomandosi nel corso triennale accademico di musica jazz.
Thomas, come sei passato dagli studi classici al jazz?
Ero all’ottavo anno del corso classico quando ho avuto una vera folgorazione per il jazz partecipando a uno dei tanti seminari proposti dal Conservatorio, al punto che sono stato molto combattuto se proseguire gli studi classici o meno. Sono stato intransigente nei confronti di me stesso, ma ho davvero rischiato di scantonare dal percorso pur di seguire questa passione. Negli anni ho anche accompagnato cori e fatto delle esperienze come pianista classico ma sentivo una vocazione musicale diversa.
Classica e jazz sono due stili musicali totalmente diversi, è stato difficile adattarti?
Dal punto di vista del linguaggio, soprattutto per quanto riguarda la pronuncia ritmica, non è stato semplice e devo ammettere che la tecnica acquisita nel percorso classico mi ha aiutato molto. Attualmente molti musicisti jazz americani arrivano dalla classica, ma fino a pochi anni fa il jazz si imparava per imitazione. La classica rimane un modo d'esprimersi che arricchisce e, al di là del concertismo, è un bagaglio che mi porto dietro e traspare chiaramente anche nelle composizioni dell’Aranzolu jazz project al quale ho lavorato negli ultimi tempi. Anche dal punto di vista strettamente pianistico è inevitabile che vada ad inserire degli elementi di classica.
Come si inserisce il pianoforte nel discorso jazz e come si impara ad improvvisare?
Improvvisare, musicalmente parlando, non ha lo stesso significato che ha nel vocabolario italiano; non vuol dire suonare a caso ma comporre in modo estemporaneo seguendo delle regole che possono essere più o meno rigide a seconda del grado di improvvisazione, dando al musicista una forma mentis molto aperta e versatile. Il pianoforte dal punto di vista didattico non viene associato all’improvvisazione; gli stessi insegnanti non conoscono bene il linguaggio jazz e non utilizzano la creazione estemporanea. Per quella che è la mia esperienza è stato proprio questo elemento di creatività a spingermi in una certa direzione e cerco di tradurlo sia musicalmente che nella didattica. Avendo a che fare con allievi di diverso tipo cerco di insegnare l’improvvisazione introducendola a piccole dosi senza seguire un percorso strutturato, andando incontro alla predisposizione e ai gusti musicali dei miei alunni.
Il tuo primo approccio alla musica è stato didattico?
Ho iniziato quando ero piccolo come autodidatta, riproducendo quello che ascoltavo. Lo studio vero e proprio è iniziato tardi, quando alle magistrali ho partecipato alla selezione per il corso musicale tenuto da Massimo Dotto; è stato lui stesso a prepararmi agli esami da privatista. Quello che sono diventato lo devo a lui, mi ha pungolato e sostenuto costantemente, sia dal punto di vista umano che musicale; quasi tutti i musicisti che conoscevo mi avevano sconsigliato di iniziare un percorso classico da adulto. Appena terminate le superiori ho dato l’esame per il settimo anno del Conservatorio e quella che poteva sembrare una follia è diventata una bellissima avventura, non senza difficoltà, ma anche quelle son servite a spronarmi nel percorso.
Cosa ti dà più soddisfazione?
La mia soddisfazione arriva soprattutto dall’insegnamento del pianoforte nelle scuole civiche di Oristano, Milis e Paulilatino, e prossimamente anche Cabras e Marrubiu. Sono sempre impegnato con il contrabbassista Antonio Farris e il batterista Alessandro Garau in un repertorio di brani originali e, a breve, spero di iniziare a registrare un nuovo progetto sulla rivisitazione del repertorio di Sinatra con un cantante olandese.
Photo credits: Alessia Andreon