Mercoledì, 23 Ottobre 2019

Progetto1

Santa Croce per Oristano era Sa Festa Manna, la festa più importante. Nella tradizione è il Capodanno agricolo. È il momento in cui i frutti del lavoro nelle campagne sono più abbondanti, ci si ferma per consumarli, ringraziare Dio, riposare, incontrarsi a fare il punto della situazione prima di affrontare l’inverno...

di Giulio Gaviano

La tradizione religiosa di Santa Croce

Con esaltazione si intende ostensione, presentazione ai fedeli della vera Croce, ritrovata, secondo la tradizione, da S. Elena, madre dell’imperatore Costantino, il 14 settembre del 320. A Oristano il culto fu introdotto dai frati francescani, presenti in città dal sec. XIII, e da essi tramandato fino ai giorni nostri attraverso la venerazione per il Cristo cosiddetto del Nicodemo, scultura lignea di autore anonimo datata fra il  XIV e il XV secolo. L’opera, interpretazione del crocifisso gotico doloroso, è custodita nella chiesa di San Francesco ed è considerata uno dei simulacri più importanti dell’isola.

cristo nicodemo

La festa di Santa Croce

La festa religiosa, grazie ai frati, si è conservata immutata. Sa festa Manna invece era scomparsa ed è rinata nel 2001 per opera di un comitato spontaneo. La meccanizzazione dell’agricoltura e l’industrializzazione del settore zootecnico avevano decretato la fine della fiera del bestiame più importante della Sardegna. Fino a pochi decenni fa, nelle strade che portano a Pratz’e bois (la piazza dei buoi), i giorni che precedono Santa Croce era un continuo passare di bestiame e di carri a buoi, che arrivavano dai paesi, attrezzati per il lungo viaggio e per il pernottamento. Riporto i ricordi di mia nonna, Lucia Cherchi, da me trascritti qualche anno fa:

…Uno strato di stuoie, materassi, cuscini, coperte, una copertura di orriu abbellita da tappeti come quelli stesi e fissati alle fiancate dei carri e, dentro, la famigliola: la mamma, nel costume paesano, si coccola il più piccolino mentre gli altri guardano, divertiti, il paese che attraversano. Vengono da lontano, Busachi, Fordongianus, Ruinas, Senis, perfino da Samugheo e vanno a Oristano per la festa grande. Sono is traccas. All’ingresso di Oristano c’è la fiera del bestiame: è un mare di buoi, cavalli, asini, con i proprietari e i servi che li sorvegliano e che parlano di prezzi, scambi, occasioni da non perdere. E poi in via Vandalino Casu, piazza Mariano, via San Sebastiano, piazza Roma, fino alla chiesa di San Francesco, è tutto un gran bazar. C’è in vendita di tutto, da ciò che serve alla massaia a quanto occorre ai pastori e ai contadini. Dai campanacci alle armoniche, dalle selle bellissime per i cavalli alle bisacce di orbace per caricare gli asini, dai grandi vassoi di sughero per l’agnello arrosto alla filigrana d’argento dorato per le collane delle spose. E il profumo invitante dei cibi pronti, maialetto allo spiedo, muggini arrosto, il pesce di Cabras cotto nella salamoia e avvolto nelle erbe aromatiche, la bottarga, le perette di formaggio, sedani tenerissimi, ravanelli, frutta, amaretti speciali, mostaccioli e pirichitus.

santa croce 3

Era l’occasione per incontrare vecchi amici, crescere nel confronto con culture diverse, stipulare contratti, comprare, vendere; la moneta circolava e tutto andava avanti.

Poi il declino. I nomi raccontano la storia. Pratz’e bois è diventata il Foro Boario, che fa pensare all’antica Roma e la gente non capisce cosa significa. Nel 2001 ha preso il nome di piazza Giorgio Luigi Pintus, il progettista di palazzo Falchi. Ora si cerca di dare nuova linfa alla festa di Santa Croce, nel segno della tradizione. È difficile, in tempi in cui le tradizioni vengono reinterpretate “per i turisti”, ma non impossibile. La direzione giusta potrebbe essere proprio il recupero dei valori e dei prodotti buoni che sono stati travolti nel processo di modernizzazione delle campagne, per tornare al cibo biologico, locale, all’artigianato, alla ceramica, alla socializzazione…

Photo credits: Santino Virdis

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