Venerdì, 01 Maggio 2026

 

L’arte, moderna o contemporanea che sia, sembra ridursi sempre più a mero orpello, quando non a decoro funzionale. Immersi in una società caotica e consumistica che, ricordando le parole di un filosofo di Harward, rende l’uomo disincarnato, finiamo spesso per essere, e sentirci, sradicati da qualsiasi contesto sociale, storico e soprattutto comunitario.

* di Antonello Carboni

Ne consegue un sentimento di apatia, di mancata partecipazione alla vita della polis, in tutte le sue manifestazioni più vive e profonde: quelle religiose, solidali, di mutuo soccorso, di ascolto reciproco. Ci troviamo coinvolti invece in quelle occasioni che ci determinano maggiormente come abitanti di una società dello spettacolo, dove l’immaginario travalica il reale, il falso sovrasta e confonde il vero e l’apparire si impone come unica modalità dell’essere.

Sembra di trovarsi spesso in un tremendo labirinto di specchi da cui cerchiamo di fuggire, forse in fondo solo da noi stessi, dalle nostre paure, dalla nostra stessa mancanza di conoscenza e accettazione, disorientati e smarriti davanti alla propria dignità e al sacro santo diritto di esistere nella pienezza della vita.

Il buio, che raggiunge il suo apice nella giornata più corta dell’anno, segnata dall’inizio dell’inverno, lascerà spazio al lento progressivo incedere della Luce, della gioia, dell’amore e della speranza rappresentata dalla nascita di Gesù Cristo.

Un evento salvifico per le sorti dell’Umanità che celebriamo come comunità cristiana quale messaggio di dono e misericordia. Per contemplare questa grandezza offerta all’Uomo, l’arte si rivela come una diretta emanazione divina che si fa eterna.

Nella cattedrale di Santa Maria di Oristano sono presenti tantissime opere, ma una in particolare celebra la Natività con l’Adorazione dei Magi: una immensa tela, circa sei metri di larghezza per tre di altezza, realizzata dal più significativo autore sardo dell’Ottocento, Giovanni Marghinotti.

E allora, se per spettacolo o spirito di comunità osserviamo l’accensione di un albero di Natale, e veniamo abbagliati dalla vanità o dal nuovo senso di partecipazione manifestamente consumistico, cerchiamo di farci abbagliare anche da quelle luci che sono opere di bellezza prodotte dall’umano e superiore ingegno, custodite con tanta cura e rispetto nell’abside della nostra Cattedrale.

Davanti ai nostri occhi si scopre la meraviglia: un capolavoro del Marghinotti appartenente ad uno dei momenti più risolti e maturi della sua produzione artistica. L’opera infonde il senso del sublime, per la sua rara capacità di rendere in modo magistrale, encomiabile, un celeberrimo momento storico e spirituale della cristianità.

E infatti l’encomio non tardò ad arrivare, prima da parte degli spagnoli, poi dalla corte Sabauda, che fece del pittore cagliaritano, classe 1798, cavaliere, pittore di camera del re Carlo Alberto e docente presso l’accademia torinese Albertina.

Le opere di Giovanni Marghinotti, figlio di uno degli ultimi, il padre era un semplice corallaro di origini siciliane, appartengono al genere della pittura di storia, essere sacra e profana. Il Nostro praticò vari generi, tra i quali spiccano, oltre a questo, il ritratto e il paesaggio, quest’ultimo declinato più in chiave romantica che neoclassica. Sia in Cattedrale sia in Seminario sono presenti diversi suoi lavori.

Nell’abside la monumentale Adorazione è presente nella parete opposta una seconda opera raffigurante L’ultima cena. Queste tele hanno una storia affascinante. Per gli storici dell’arte sono il frutto del volere testamentario dell’arcivescovo Giovanni Maria Bua, deceduto nel 1840 ma altri documenti testimoniano invece che fu l’arcivescovo Giovanni Saba, successore di Bua, a donare al Capitolo le due tele a saldo di un debito contratto con il Capitolo stesso. Saba decise dunque di commissionare a Marghinotti questi due meravigliosi e museali lavori. Le cornici recano lo stemma dell’arcivescovo Saba e la firma in basso riporta G. Marghinotti fecit 1847.

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