Fedeli alle preferenze di Cristo, ci rivolgiamo in particolare tra i non cristiani, ai destinatori privilegiati del Regno: i poveri, i deboli, gli emarginati dalla società, le vittime dell’oppressione e dell’ingiustizia. Questo era quanto scriveva San Guido Maria Conforti, fondatore dei Missionari Saveriani, per sottolineare il centro del loro carisma missionario che li guida ad andare in tutto il mondo per testimoniare l’amore di Dio per l’umanità.
Parole che, con la grazia di Cristo, ha incarnato padre Alessandro Brai, missionario saveriano di Palmas Arborea. Padre Alessandro, per tutti padre Alex, festeggia i 25 anni di vita religiosa missionaria per fare del mondo una sola famiglia.
Vita donata nella vicinanza con gli ultimi della società, gli emarginati e gli oppressi, per ravvivare in loro la speranza. È questa l’espressione che ci accompagna in questa seconda domenica dell’ottobre missionario, chiamandoci a vivere una speranza che si fa concreta, che si traduce in gesti di compassione e di carità verso il prossimo.
Pieni di gratitudine verso Dio per quanto dona e opera attraverso padre Alex, condividiamo la sua testimonianza di questi 25 anni di vita missionaria, sicuri che la gratitudine ravviva sempre, in noi e negli altri, la speranza.
Sono parte di un mondo che per me è come una sola famiglia
Venticinque anni fa facevo i miei primi voti di consacrazione religiosa missionaria nella famiglia dei Missionari Saveriani. Ciò che mi aveva colpito di più della spiritualità saveriana, fin da piccolo, era lo spirito di famiglia aperto al mondo. Una fraternità che non si limitava al proprio territorio ma che aveva sempre uno sguardo fisso verso il mondo.
Lo slogan fare del mondo una sola famiglia rappresentava, e ancora oggi rappresenta, un ideale che, per quanto possa sembrare utopico, accompagna la missione stessa. Dopo questi 25 anni posso dire di aver avuto la grazia di sperimentare come veramente si possa vivere come fratelli e sorelle, pur vivendo con persone con cultura, religioni, tradizioni, modi di pensare e visioni completamente diverse e a volte persino opposte.
Subito dopo la professione religiosa, dopo un anno di studio in Francia, partivo per l’Africa e in particolare per il Camerun, dove per quattro anni ho vissuto in una comunità con confratelli di otto nazionalità diverse (camerunesi, congolesi, messicani, brasiliani, indonesiani, filippini, ciadiani, italiani). Immerso in un contesto africano, in una grande periferia della capitale del Camerun, ho iniziato a capire che i punti di incontro tra le persone sono più forti e significativi delle differenze o dei contrasti.
La concezione del tempo, il modo di relazionarsi, l’atteggiamento nell’affrontare le difficoltà o le incomprensioni sono solo alcuni tra gli ambiti in cui ci si riscopre veramente diversi. Eppure, non solo la convivenza è stata possibile, ma c’è stata anche la possibilità di costruire forti legami di fraternità più solidi dei legami di sangue o di nazionalità. Accanto allo sforzo di ognuno di mettersi in gioco, ciò che ha giocato un ruolo fondamentale per la fraternità è stato il desiderio di condividere valori insieme e, tra i tanti, quello della fede.
Tra i momenti di fraternità vissuti insieme, ricordo con gioia quelli condivisi con le famiglie musulmane, nostre vicine di case, che insieme a noi vivevano i momenti centrali della nostra fede e che volentieri condividevano i loro momenti. L’invito del Signore a partire è sempre vivo e insistente e, dopo un periodo di servizio nell’animazione missionaria in Italia, sono stato chiamato a continuare la mia consacrazione missionaria in un'altra parte del mondo, l’Asia e in particolare la Thailandia.
Se il salto dall’Europa all’Africa non era stato facile, il passaggio al continente asiatico sembrava quasi impossibile. Un contesto dove il 99% della popolazione è buddista, dove il modo di pensare e di vivere le relazioni si discostava ancora di più da quello italiano: non rappresentava certamente un buon punto di partenza.
Eppure, anche in questa situazione, lo Spirito ha giocato la sua parte. Il punto di unione che ci ha permesso di costruire fraternità è stato l’impegno con e per gli ultimi, tra le baraccopoli della capitale e tra i villaggi del Nord, abitati dai profughi provenienti dal Myanmar. La consacrazione religiosa missionaria ci fa entrare nella dinamica dello Spirito che chiama sempre e spesso stravolge i nostri piani per conformarli ai piani di Dio.
E siccome quello che noi facciamo non è la nostra missione, ma la missione di Dio, ora eccomi dalla Thailandia all’Italia per coordinare un progetto che ha come obiettivo quello di creare ponti di fraternità e solidarietà: il progetto del volontariato saveriano (XAVI).
Questo progetto consiste nel dare l’opportunità a tanti giovani e meno giovani di vivere mesi o anni nelle nostre missioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina. Pur essendo ancora all’inizio, si può constatare il desiderio di tante persone di vivere l’esperienza missionaria dove la fraternità rappresenta il denominatore comune, indipendentemente dal Paese e dal servizio che si svolge. Ci sono tanti modi per definire la missione e tante sono le declinazioni che si possono dare a l termine missione.
Partendo dalla mia consacrazione religiosa, essendo a contatto con tante persone legate al mondo missionario, posso affermare che missione è prima di tutto e soprattutto presenza. Prima ancora di ciò che concretamente si può fare, prima ancora del servizio pratico che uno può offrire, ciò che sta alla base è la presenza, la condivisione con gli altri, sono i legami che si creano, sono le relazioni che nascono nel campo.
Missione è prima di tutto riscoprirsi parte di una grande famiglia, dove la fraternità diventa il primo punto di riferimento. Ed è per questo che non posso che dire grazie per questi 25 anni: di consacrazione religiosa, di missione, di incontri, di scoperte, ma soprattutto anni di fraternità.
Padre Alex Brai