Lunedì, 13 Luglio 2020

Progetto1

Si chiama nomofobia, dall’inglese no-mobile, il disturbo che indica la paura generata dalla disconnessione dalla rete mobile perché si scarica la batteria, si è esaurito il credito, oppure perché manca la connessione internet...

a cura di Franca Mulas

Il fenomeno, in aumento secondo gli esperti, colpisce in età adolescenziale otto ragazzi su dieci tra i 18 e i 25 anni con bassa autostima e problemi relazionali. Per dirla in breve, si diventa succubi del telefonino dimenticando le relazioni sociali e interpersonali, che vengono purtroppo compromesse. Abbiamo intervistato sull’argomento Armando Angelucci, medico-neurologo-psicoterapeuta psicoanalitico, consulente famigliare e supervisore dell’equipe del Consultorio Familiare Diocesano di Oristano.

Dottor Angelucci la nomofobia è una patologia?

Di per sé è un disturbo inserito in un funzionamento sicuramente patologico della persona. I soggetti colpiti provano una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto di rete mobile, al punto di stare male, manifestando effetti fisici simili all’attacco di panico come vertigini, tremori, mancanza di respiro, dolore toracico.

Vi è una fascia di età più a rischio?

Interessa perlopiù adolescenti ma aggancia le parti adolescenziali anche degli adulti per cui possiamo dire che è trasversale a tutte le età con una netta prevalenza per le fasce adolescenziali-giovani adulti.

Alla base della nomofobia può esserci una difficoltà a comunicare o a relazionarsi con gli altri?

È evidente che, come tutto ciò che interessa la comunicazione, anche la nomofobia riguarda un problema di comunicazione. Quello che si attiva in queste situazioni, per quanto si manifesti con la nomofobia, attiva angosce che sicuramente hanno a che fare anche e soprattutto con vissuti di perdita, separazione, isolamento, solitudine. Il problema non è la nomofobia in sè, ma quello che c’è all’origine, ovvero le angosce associate a solitudine, isolamento, paura di non farcela.

Come si comprende se si è dipendenti?

Ogni volta che c’è un fenomeno di questo tipo connesso all’impossibilità di tollerare la “mancanza” è presente una dipendenza. Certamente la nomofobia è una manifestazione di una condizione di dipendenza patologica negata e rifiutata.

È difficile che venga diagnosticata? Se si, perché?

La nomofobia è di difficile diagnosi perché è un comportamento che spesso viene vissuto in una situazione di solitudine; si manifesta con una modalità ossessiva di recupero della connessione internet o di ricarica dello smartphone; chi è vicino alla persona che vive questa condizione spesso non vede o non vuole vedere come in fondo succede in tutte le forme di dipendenza patologica, particolarmente nelle fasi iniziali.

Come prevenire e contrastare la nomofobia?

Non c’è una risposta semplice a questa domanda, né una formula magica relativa a norme comportamentali. È chiaro che, se la nomofobia è un disturbo inserito nelle dipendenze patologiche, ed è un disturbo fobico vissuto in solitudine dove è compromessa la comunicazione, il lavoro in termini preventivi e curativi è quello di vedere (diventare consapevoli) e riconoscere il problema, entrare nella solitudine delle persone che ne soffrono, migliorare la comunicazione e quindi lavorare sulle relazioni.

Quali suggerimenti si sente di dare per chi soffre di nomofobia?

Visto che la problematica interessa per lo più le fasce adolescenziali-giovani adulti, i soggetti interessati a trovare una sponda per questo problema sono i famigliari, oltre che i diretti interessati, come accade per tutte le forme di dipendenza patologica. Questo andrebbe fatto creando dei punti di ascolto, gestiti da professionisti (medici, psicologi, consulenti familiari), che hanno una adeguata formazione specifica sulla problematica ma che comunque sappiano accogliere e lavorare sulle relazioni.

 

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