di Annalisa Concu
Essendo ormono-dipendenti, i focolai endometriosici infiltrati in questi organi si comportano come l’utero, sanguinando e lesionandosi, dando origine a infiammazione cronica, dolore intenso, emorragie, aderenze e infertilità. I sintomi sono i più diversi da donna a donna e vanno dal dolore mestruale, disturbi intestinali, dispareunia, affaticamento cronico, sciatalgia, a forti dolori alla schiena. Una sintomatologia che invalida chi ne è affetta e che ne impatta la vita a livello sociale e psicologico, nonostante sia una patologia poco conosciuta e per la quale una diagnosi arrivi in media 7/10 anni dopo l’insorgenza dei sintomi. Non esiste una cura definitiva per questa patologia infiltrativa benigna che di fatto si comporta come un tumore per durata, stadi (quattro), livelli di dolore e terapie necessarie. Si può cercare di controllarne i sintomi tramite metodiche farmacologiche personalizzate, cure ormonali che spesso mettono la paziente in menopausa precoce (con tutti gli effetti collaterali connessi), attraverso un’alimentazione antinfiammatoria che va a eliminare i cibi che causano stress ossidativo e scatenano dolore. Quando i farmaci si rivelano inefficaci, è allora che si deve ricorrere alla chirurgia, laparoscopica e non, spesso più volte e con interventi diversi tra loro, ma non sempre è risolutiva. Invisibile, l’endometriosi si fa strada nel corpo di una donna in maniera subdola. Chi la vive è inascoltata, spesso ignorata persino dai medici, e abituata a sentire frasi del tipo “Endo che?” ,“ Eppure non sembri stare male”, “Fatti un figlio, vedrai che passa”, abituata a dare spiegazioni per le assenze dal lavoro, per i periodi di intensa stanchezza, per la postura, per la sofferenza provata. Questa malattia è un cacciatore invisibile che dissemina trappole nel bosco e queste sono le stesse che coi loro denti metallici stringono le nostre carni, le lacerano e le fanno sanguinare, ci piegano e ci lasciano esanimi a cercare di spiegare il dolore. Comunicare questa malattia è un atto d’amore verso chi ne soffre, un dovere di amplificare un grido da non soffocare più. Ci è riuscita Isabel Sardu nel suo cortometraggio Invisible Black -diretto da Amerigo P. Neri-, presentato la settimana scorsa al T-hotel all’evento Endometriosi – Il male invisibile al quale sono intervenuti medici specialisti e durante il quale sono state condivise testimonianze di pazienti. Pochi minuti, toccanti, per spiegare i quattro stadi della malattia in fase severa, il suo buio, il sangue che piove dentro l’anima di una donna, la solitudine, l’ignoranza, la paura, la menomazione alla quale si è spesso sottoposte per cercare di tenere a bada “la bestia”. E la voglia di lottare, sempre, contro qualcosa che è dentro noi donne con endometriosi ma che è anche fuori, nelle cure costose, nello sguardo ignaro della gente, nella finta vicinanza a chi vive nel dolore cronico. L’endometriosi non si vede ma esiste e accomuna milioni di sorelle guerriere che non mollano mai. Il colore contro il nero di una condizione invalidante, la forza oltre la paura, la sensibilizzazione contro il silenzio.