Lunedì, 13 Luglio 2020

Progetto1

È noto che fino a pochi decenni or sono (anche se a dirla tutta, in certi casi e in alcuni luoghi, la convinzione persiste) la tradizione e la medicina popolare hanno avuto un importante ruolo nel vissuto quotidiano, quasi al limite tra la magia e il soprannaturale, associate non di rado a credenze religiose fuorvianti e fuori dai dettami canonici, in parole povere superstizioni, tramandate oralmente di generazione in generazione fino ad arrivare ai giorni nostri...

di Alessandro Cabiddu*

Questi “saperi” diffusisi prevalentemente in ambiente agro-pastorale, tipici universi chiusi, abili nel conservare e nel diffondere la ricchezza di saperi e di conoscenze, ma anche di custodirli gelosamente, sono di natura ambivalente; i tipici “rimedi della nonna”, pur non sapendo il vero meccanismo con cui essi agivano, hanno curato ben più di un raffreddore, ma, tuttavia, non di rado l’effetto curativo era nullo, in quanto le basi su cui si fondavano erano palesemente errate. Se questo poteva avere una giustificazione 50 anni fa, oggi, con le conoscenze e l’accesso rapido ai mezzi di informazione non è più plausibile (o almeno non dovrebbe esserlo).

Nel periodo medievale si aveva uno stretto rapporto tra medicina, magia e religione ponendo sullo stesso piano secrezioni umane (ad es. urina) con arti occulte e preghiere ai santi per ottenere la loro intercessione; la religione e la medicina hanno una loro importanza nel contesto di una malattia, a patto che ognuno rispetti i propri ruoli e non ci siano invasioni di campo, in quanto sia il supporto farmacologico-terapeutico sia quello devozionale possono determinare il benessere della persona e aiutarla a superare le difficoltà della malattia, sia nella sua componente organica sia in quella psicologica. Quando però si cade nell’eccesso si rischia di entrare, come detto prima, nella sfera della superstizione, pensando che ogni fenomeno naturale (pioggia, terremoto, perdita del raccolto, ecc.) sia una manifestazione dell’umore divino e facendoci condizionare nelle nostre scelte da questi eventi, promuovendo la raccolta di reliquie o processioni di santi per ottenere forzatamente una guarigione. Il rapporto tra sacro e profano (la magia o superstizione), quindi tra preghiera e scongiuro sembra distante ma in realtà la tradizione popolare si affidava (o si affida) alla prima per evocare l’intervento di una divinità superiore che ristabiliva l’ordine e la seconda per allontanare le forze maligne di un’entità non ben precisata. Differente è invece il ricorso a quelle piante o erbe curative usate da centinaia di anni (come detto prima i rimedi della nonna) e di cui non si conoscevano le basi scientifiche ma che, empiricamente, dimostravano di agire sul campo, aspetto oggi confermato dalle ricerche scientifiche.

Esempi di pratiche antiche sono i miscugli di alloro, canfora e bianco d’uovo per i pruriti intimi; resine a base di lentischio con proprietà espettoranti e anticatarrali; zucchero, bianco d’uovo, vino e malva per le malattie respiratorie; oppure, in particolare nel medioevo, l’utilizzo di erbe per comporre “filtri” d’amore, esorcismi o droghe con tutti i rischi per la salute che ne derivavano, compresa la morte, tanto da costringere il sovrano di turno a porre dei limiti a queste pratiche. L’utilizzo delle erbe era appannaggio inizialmente dei maghi o negromanti, meno degli speziali, degli aromatari o dei medici, con questi ultimi che si adoperavano per contrastare i veleni della “magia nera” contrapponendola alla “magia bianca”, ovvero la ricerca di antidoti (diffusi in passato i preparati a base di carne di vipera). Accanto a queste pratiche ci sono diversi rituali che, tramandati, si rendono necessari per la cura del male; un esempio sono gli amuleti o strategie difensive particolari: in un caso, per curare i bambini per le ernie, essi venivano portati in campagna dove tre uomini di nome Paolo, Giuseppe e Pietro spaccavano un querciolo facendoci passare il bambino più volte e rivestendo la parte squarciata dell’albero con corteccia di altri alberi. In questo modo, come si cicatrizzava il fusto dell’albero guariva, di pari passo, anche l’ernia del bambino. Si stabiliva così una relazione simbiotica tra il bambino, quindi l’essere umano, e la pianta, la natura e il mondo vegetale con una sorta di magia o incantesimo.

Un esempio di relazione stretta tra magia e natura lo si evince da santa Ildegarda von Binghen, badessa tedesca vissuta tra XI e XII secolo; essa sosteneva che le sostanze naturali hanno virtù magiche, sacre da conoscere, legate alla loro Area di appartenenza: quelle orientali hanno poteri medicamentosi, quelle occidentali hanno poteri magici ma poco o nulla sulla salute corporea o spirituale. Queste ultime avrebbero poteri magici pericolosi soprattutto durante l’infiorescenza (primavera), in cui abbondano gli spiriti malvagi; è proprio attraverso la conoscenza del “potere medicinale” delle piante che si può disinnescare il “potere magico” delle piante.

* medico

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