Evocare l’immagine del minatore dotato di lampada a carburo e piccone per parlare di miniere in Sardegna oggi ha sicuramente un forte fascino iconografico. Rimanda a una memoria storica fatta di lotte sociali per il salario e per i diritti, una storia edificata sulle fatiche di intere comunità che si sono viste improvvisamente proiettate verso nuovi destini, condotte dalla luce della campagna al buio delle gallerie. Tuttavia, queste narrazioni, se prese singolarmente, non rendono appieno la complessità degli eventi passati e presenti.
Le miniere, infatti, sono ancora oggi vive: pongono interrogativi che attendono risposte, non solo in merito alle bonifiche ambientali, ma anche attraverso dibattiti su possibili riaperture in vista di nuove prospettive tecnologiche. Se nell’immaginario collettivo restano impressi i fatti di Buggerru, nell'imponenza delle strutture si stagliano siti come Monteponi, Montevecchio e l’Argentiera. Ma anche nella Sardegna centrale sono esistiti centri estrattivi fondamentali per rame, zinco e piombo.
Tra questi spicca la miniera di Funtana Raminosa a Gadoni, forse il giacimento di rame più importante d'Italia. Abbiamo incontrato, per porgli alcune domande, Gabriele Calvisi, ingegnere minerario che in quel sito lavorò agli inizi degli anni ’80 e che oggi ha dedicato a quei ricordi un'importante pubblicazione intitolata: Funtana Raminosa – erranti per le lente gallerie smarriti nell’oblio, un lavoro fotografico attento e raffinato, dotato di diversi contributi che rendono il lavoro uno spaccato antropologico e storico estremamente significativo.
Ingegnere, lei è stato il Responsabile dell’Ufficio Studi della miniera di Funtana Raminosa. Che importanza aveva questo sito?
La miniera non era grande come quella di Montevecchio, che era una tra le più grandi d’Europa. La nostra era una miniera più piccola ma era speciale, perché era l’unica in Italia a estrarre il rame. Poi si estraeva anche piombo e zinco. Aveva una grande importanza da un punto di vista tecnologico perché nel 1916 era stato messo a punto, per la prima volta in Italia, un impianto di flottazione che separava piombo, zinco e rame.
In questo periodo storico riemerge l’attenzione verso le materie prime e rare, ma ci risulta che lo storico corso di ingegneria mineraria dell’Università di Cagliari sia chiuso, cosa ne pensa?
Guardi, quando mi sono laureato io, il nostro preside aveva richieste dalle più grandi società nazionali e riusciva a sistemare tutti i suoi allievi. Oggi purtroppo si pone un problema strategico per il Paese, perché le materie prime sono sempre oggetto e fondamento dello sviluppo economico. Non avendo i tecnici per poter individuare e sfruttare i giacimenti ci si mette in una condizione di debolezza strategica.
Torniamo a Gadoni. Quante persone erano impiegate in miniera?
In miniera c’erano occupati minatori provenienti da Gadoni, ma anche dalle località vicine come Seulo e Aritzo. Nei primissimi anni ‘80 si contavano complessivamente 155 dipendenti, senza considerare l’indotto prodotto con i servizi. L’economia di Gadoni e della zona circostante si sviluppava in prevalenza grazie alla presenza di questa grande attività estrattiva.
Però poi di fatto finisce un’epoca e un sogno...
Sì, la miniera è stata chiusa definitivamente nella seconda metà degli anni ‘80, in seguito al fallimento di un progetto che prevedeva un impianto di lavorazione giornaliero del materiale fino a cinque volte superiore. Ma il materiale non era sufficiente a soddisfare il ciclo di produzione, furono avviati processi pubblici di privatizzazione e smembramento dei maggiori asset statali, i costi dapprima sono saliti e poi sono diventati insostenibili, infine è avvenuta la tragica chiusura.
Un’ultima battuta sul libro da lei curato…
La pubblicazione è un omaggio ai minatori, a chi è rimasto, a chi ha sofferto, ai territori abbandonati, agli sconfitti che siamo stati tutti quanti noi tecnici, ingegneri e minatori.
* di Antonello Carboni
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