Sabato, 02 Maggio 2026

 

È stata inaugurata sabato 17 gennaio al Museo diocesano arborense la mostra Tharros. Time upon time (volta per volta) a cura della Fondazione Mont'e Prama in collaborazione con l'Arcidiocesi di Oristano che ha messo a disposizione gli spazi museali. Curata dagli archeologi Nicoletta Camedda, Luca Cheri, Marina Mureddu, Ilaria Orri e Viviana Pinna, in collaborazione con Silvia Oppo, la mostra è un viaggio nel tempo in una delle aree archeologiche più significative del Mediterraneo antico.

Articolata in due grandi sezioni, legate da un filo temporale lungo più di 2000 anni (XIV sec. A.C. - VII sec. d.C.), ripropone le tappe fondamentali della storia degli scavi collegando i reperti esposti alle storie che li accompagnano. La prima sezione, intitolatala Tharros fra storia e archeologia. La città, lo scavo, la narrazione nel tempo, ripropone la storia degli scavi partendo dalle osservazioni di studiosi del '700 e '800 fino ai primi scavi di Gennaro Pesce degli anni '50 del secolo scorso, attraverso immagini, elaborazioni grafiche, interviste ad archeologi e cabraresi protagonisti e testimoni di quegli eventi.

La seconda sezione, Tharros. La città vecchia. Tracce di vita, frammenti di tempo, ripercorre la vita quotidiana degli antichi abitanti della città, dalle abitazioni ai giochi, dal lavoro alla religiosità, per finire con gli spazi funerari.

L'allestimento, essenziale, guida il visitatore attraverso suoni, immagini, grafiche multimediali e vetrine pensate per creare una relazione diretta tra visitatore e reperti. Stamattina abbiamo un esempio visibile di quello che vuol dire collaborazione tra le istituzioni, in vista di offrire qualcosa di bello, profondo, che lasci il segno alle persone della nostra città e della nostra Isola. I luoghi della Chiesa non sono di proprietà ma come custode con il compito di conservarli, valorizzarli e metterli a disposizione di tutti, così ha esordito l'Arcivescovo mons. Roberto Carboni, nel ringraziare il presidente della Fondazione Monte Prama Antony Muroni e gli archeologici curatori della mostra. Questa mostra è la dimostrazione dell'efficacia di un metodo in cui le istituzioni possono lavorare insieme. Quando questo progetto è partito ci sono stati molti ostacoli e malintesi ed eravamo scoraggiati che non ce l'avremo fatta, invece con la pazienza, la disponibilità e la volontà di tutti siamo riusciti a tradurre in azioni un'idea, ha detto Antony Muroni nel presentare la mostra. Al termine della presentazione abbiamo rivolto alcune domande agli archeologi curatori della mostra:

Come è nato il progetto di questa mostra? Perché la scelta di allestirla al Museo diocesano arborense?

Ilaria Orri. L'iniziativa culturale nasce da una collaborazione sinergica tra l'Arcidiocesi di Oristano e la Fondazione Mont'e Prama, focalizzata sulla valorizzazione del ricco patrimonio culturale sardo. In particolare, l'attenzione è rivolta alla città di Oristano e al parco archeologico naturale del Sinis, con l'obiettivo primario di promuovere la conoscenza di Tharros. La mostra si propone di narrare la straordinaria vicenda storica di Tharros, un crocevia di culture e civiltà nel cuore del Mediterraneo antico. Sorta su un preesistente insediamento nuragico e divenuta poi una fiorente città punica e romana, Tharros occupa un ruolo centrale nel network di scambi culturali, economici e religiosi che hanno caratterizzato il bacino mediterraneo per secoli. Un aspetto fondamentale è evidenziare come Tharros non sia stata unicamente un sito archeologico di eccezionale importanza, ma anche un fulcro nella storia religiosa della regione. Nella sua fase finale, la città rivestì un ruolo chiave come matrice dei centri vescovili sardi, contribuendo alla diffusione del cristianesimo e lasciando un'eredità spirituale che perdura fino alla fondazione di Oristano come nuova sede episcopale. Il legame con il territorio sarà ulteriormente esplorato attraverso una connessione simbolica con la chiesa paleocristiana di San Giovanni di Sinis, luogo di continuità culturale e religiosa.

Il Papa di recente ha dedicato una lettera apostolica sull’importanza dell’archeologia. La conosce, cosa ne pensa?

Viviana Pinna. In occasione del centenario della fondazione del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, papa Leone XIV propone una riflessione significativa su questa disciplina, mettendo in luce il valore dello studio della storia, dei luoghi, dei monumenti del cristianesimo antico e degli oggetti che testimoniano le pratiche delle prime comunità cristiane. Una visione che può essere estesa all’archeologia nel suo insieme, intesa non solo come ambito di ricerca scientifica, ma come strumento essenziale per custodire la memoria, comprendere le radici delle civiltà e valorizzare la dimensione culturale dell’umanità. L’archeologia, infatti, non parla soltanto di cose, ma soprattutto di persone: dei luoghi che hanno abitato, della loro vita quotidiana, delle attività lavorative, degli spazi condivisi per finalità politiche, religiose e sociali. Non si limita allo studio dei reperti, ma cerca di ricostruire le mani che li hanno realizzati, le menti che li hanno ideati e le emozioni che li hanno generati. Dietro ogni oggetto si cela una storia umana, un individuo, una comunità; concetti che abbiamo cercato di esprimere nel percorso espositivo della mostra Tharros. Time Upon Time. In questa prospettiva, la conoscenza del passato diventa uno strumento fondamentale per comprendere il presente e orientare il futuro in modo più consapevole. Allo stesso tempo, essa favorisce lo sviluppo di una responsabilità etica nei confronti del patrimonio culturale, riconosciuto come un’eredità collettiva da tutelare e trasmettere alle generazioni future.

Il Pontefice dà una interpretazione ecclesiale all’archeologia. Quale importanza riveste l’archeologia e che significato ha, invece, dal punto di vista sociale e culturale?

Maria Mureddu. Partendo da un punto di vista ecclesiale sicuramente l'archeologia aiuta a comprendere l'evoluzione del pensiero, del sentire e della cultura, nonché a capire come la fede si sia manifestata a livello materiale nelle diverse epoche. Questo anche attraverso specifiche branche della disciplina quali l'archeologia cristiana. Da un punto di vista più ampio credo che contruibuisca a soddisfare una delle esigenze umane, ovvero quella di indagare le proprie radici, e ciò sia per capire il proprio passato e il percorso compiuto per arrivare sino al presente, sia per semplice curiosità e voglia di sapere. L'archeologia è un vero e proprio lavoro pubblico, nel senso che deve restituire alle comunità ciò che è loro, ciò che è bene pubblico e patrimonio dell'umanità.

Come archeologa, secondo lei, qual è il senso di ritornare indietro alle nostre radici in una società in cui tutto è tecnologico e futuristico? Perché vale la pena investire sull’archeologia, farla conoscere e promuoverla con iniziative come questa?

Nicoletta CameddaCome archeologa, non credo che si tratti di un ritorno alle origini: ogni epoca ha avuto la propria tecnologia e, nel suo tempo e nel suo contesto, è stata a suo modo futuristica. Proprio il concetto di “futuro”, però, ci insegna che senza la conoscenza del passato ciò che facciamo non può essere definito vero progresso, che per essere tale, deve essere consapevole e accompagnato dalla memoria. L’archeologia ci consente di leggere il presente con maggiore profondità, perché ci mostra come le società del passato svolgessero attività simili alle nostre e affrontassero sfide analoghe, utilizzando strumenti che, per funzione e finalità, non sono così diversi dai nostri. Le tecnologie che impiegavano hanno infatti posto le basi di quelle che utilizziamo oggi. Questo è uno dei motivi per cui è fondamentale investire nell’archeologia e utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per renderla accessibile a tutti, promuovendo consapevolezza e superando l’idea che il passato sia qualcosa di distante o privo di utilità. Il compito dell’archeologo è studiare il passato e restituirlo alla società, se questo obiettivo non viene raggiunto, il nostro lavoro resta incompleto. 


 

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