Domenica, 16 Agosto 2026

 

Per la prima volta viene affrontato, in modo organico e documentato, lo spinoso tema dei traffici di opere d’arte e della dispersione del patrimonio culturale che ha riguardato la Sardegna tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Il volume, che raccoglie questa complessa e lunga ricerca, è intitolato La Bellezza Perduta, edito a novembre 2024 per la casa editrice Susil di Carbonia, e porta la firma di una giovane storica dell’arte e archivista, Giovanna Benedetta Puggioni.

* di Maria Francesca Porcella

Sorprendente scoprire che è stata proprio la Sardegna, a cavallo tra i due secoli, a costituire una tra le principali fonti di approvvigionamento di oggetti d’arte e d’antichità per il mercato nazionale e internazionale. Tale constatazione è suffragata dalle carte che la studiosa ha potuto consultare nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, l’Archivio di Stato di Cagliari e l’Archivio Storico della Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari.

Nello sconcertante scenario legato alla dispersione del patrimonio artistico, scatenato soprattutto dalle Leggi Eversive dell’Asse Ecclesiastico (1866), emerge l’attività di una ampia schiera di antiquari, esperti e intermediari che si occuparono delle attività connesse alla compravendita di opere d’arte antica, medievale e moderna e delle esportazioni all’estero ma anche del collezionismo privato.

A contrastare l’attività di tali personaggi appaiono archeologi, storici dell’arte e funzionari statali impegnati sul versante opposto della tutela, ancora agli albori. Quali le destinazioni degli oggetti che partivano dalla Sardegna? Oltre alle mete italiane (tra cui Torino, Firenze, Napoli, Roma, Venezia), ci sono quelle europee (Belgio e Svizzera) e perfino territori oltreoceano, come il Canada e la Cina.

Il commercio interessava non solo i dipinti su tavola o su tela, ma anche sculture e busti in marmo, armi, tessuti e arazzi, mobilio e cassapanche tradizionali, reperti punici, romani e medievali. Nell’ambito del collezionismo, si è rivelata di particolare interesse la figura del cagliaritano Mario De Candia (1810-1883), la cui collezione dopo varie vicissitudini venne interamente smembrata e dispersa.

Era in suo possesso un cartone della Scuola di Leonardo Da Vinci, riconosciuto come tale dall'Ispettore per le Belle Arti, Adolfo Venturi, e una grande e bella tela rappresentante la Circoncisione di Gesù, proveniente dalla distrutta chiesa conventuale di Oristano, acquisita qualche anno fa dal Ministero della Cultura e ora esposta nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari.

In un documento conservato nel Fondo della Prefettura dell'Archivio di Stato di Cagliari, a riguardo di Oristano, si riportano notizie sul ricco patrimonio di questa chiesa: Nel Convento di San Francesco vi esisteva una quantità di tavole antiche del Castagnola, e di diversi altri buoni artisti del bel tempo, da poter formare una galleria. Furono disperse quando [fu demolita] la Chiesa dall’Arcivescovo Bua. Una gran porzione di quelle tavole andò in Londra: alcune le acquistò il Cav. Mario De Candia, e le altre sono state restaurate e deturpate che non valgono più la pena. Vi esiste però una gran tavola di San Francesco che riceve le stimmate, di gran valore e ben conservata. Vi è anche un bel reliquiario d’argento che è stato descritto dal Canonico Spano in un opuscolo: Storia e descrizione d’un Crocione.

Il dipinto con le Stimmate di San Francesco, opera di Pietro Cavaro, è ancora visibile nella sagrestia di San Francesco, come anche due dipinti del Castagnola, recentemente restaurati dalla Soprintendenza archeologia, Belle arti e Paesaggio di Cagliari.

Ovviamente, i collezionisti si affidavano a trafficanti e mercanti locali. Alcuni sono rimasti nell’ombra, mentre altri hanno lasciato un nome alla storia. Un ruolo da protagonista ebbe la poliedrica figura di Enrico Castagnino (1856-1918), pittore, antiquario e arredatore, il cui nome è legato ai traffici d’arte che determinarono la fuoriuscita dall’Isola di una quantità ingente di opere d’arte. Nella Oristano del secondo Ottocento, tra i collezionisti figura il magistrato Francesco Spano.

Alla sua morte la raccolta archeologica fu ereditata da una figlia sposata a un tal Pompeo Lambertenghi. Fu costui a vendere i preziosi reperti a diversi acquirenti, cedendo il lotto maggiore a Enrico Castagnino (1856-1918) che, successivamente, lo vendette al Museo Archeologico di Cagliari, nel 1884.

La raccolta è tutt’ora visibile. Il volume della Puggioni offre numerose altre narrazioni sul doloroso capitolo della dispersione del nostro patrimonio culturale ma potrebbe anche diventare un punto di partenza per la riflessione sulle responsabilità e sulle strategie della tutela.


 

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