La discriminazione: se ne parla molto e da molto tempo, e molti non hanno idea di cosa sia.
* di Mauro Solinas, avvocato
Se si prova a chiedere, quasi sempre la risposta assomiglierà a questa: si ha discriminazione quando una persona, o un gruppo di persone, ricevono un trattamento ingiusto o pregiudizievole rispetto a quello che hanno ricevuto, o che potrebbero ricevere, altre persone nella stessa situazione, sulla base di caratteristiche come razza, religione, sesso, etnia, disabilità, età, orientamento sessuale o altre condizioni personali.
In Italia, ma anche in Europa e più in generale a livello internazionale, esiste il principio di non discriminazione, che sancisce il diritto a un eguale e libero accesso per tutti gli individui alle stesse opportunità e agli stessi mezzi offerti dalla società. Nel nostro Paese, in particolare, è inserito nella Costituzione all’art. 3, ed è noto come principio di uguaglianza: non significa che tutti sono uguali, se non davanti alla legge, ma che le differenze non possono essere motivo di discriminazione. Appare, quindi, che l’atto di discriminare sia qualcosa di sostanzialmente negativo: la discriminazione non va mai bene.
Ma è sempre così? E siamo sicuri che riguardi solo le persone? Se ci pensiamo, la discriminazione è in effetti una distinzione, che viene fatta in seguito a un giudizio oppure a una classificazione. Di per sé né l’uno né l’altra sono negativi: il giudizio va oltre la semplice constatazione ed esprime un’opinione (di solito su qualità o valore, e nel caso di persone anche sul merito), mentre la classificazione divide in categorie e raggruppa. Chi non ha presenti le collezioni? E allora, si avrebbe discriminazione solo se alla distinzione seguisse un comportamento negativo, nei confronti di una o più persone.
Solo che… esiste anche la discriminazione positiva, anche se non tutti sono d’accordo con la definizione. In questo caso, il termine si riferisce a misure o azioni positive, di solito frutto di politiche applicate da governi o altri enti, per promuovere la partecipazione di persone minoritarie o sottorappresentate, al fine di creare una società più paritaria. Si ha, ancora una volta, una distinzione, che segue a una classificazione: solo che stavolta l’esito non è pregiudizievole in quanto negativo, ma inclusivo, e pertanto positivo.
L’accenno al dubbio che la discriminazione riguardi solo le persone porta a interrogarsi: come può essercene verso le cose, o addirittura verso un concetto? In realtà non solo è possibile, ma avviene ogni giorno. L’esempio più frequente è quello della discriminazione dei prezzi, allo scopo di massimizzare il profitto. È mai capitato di trovare in vendita lo stesso bene, in confezioni diverse, a prezzi diversi? O lo stesso servizio, offerto in vendita in momenti diversi, a prezzi differenti?
Si tratta di una strategia messa in pratica da grandi produttori, qualche volta perfino monopolisti, per sfruttare al meglio le capacità di acquisto dei consumatori a seconda della zona in cui abitano o del livello sociale cui appartengono. Lo stesso alimento del medesimo produttore, nella confezione piuttosto anonima della grande catena di supermercati a marchio proprio, costa decisamente meno di quello marchiato e messo in vendita dal fabbricante. In questo modo si intercettano tutte le fasce di potenziali acquirenti, quelli che cercano il risparmio e coloro che vogliono il prodotto di marca. È ingiusto? No. È discriminatorio? In un certo senso, Sì.
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