Mercoledì, 28 Gennaio 2026

La storia della Chiesa e della società Sarda si è arricchita recentemente di un autorevole studio con la pubblicazione del titolo Evaristo Madeddu. Una biografia (Carlo Delfino editore), corredata da una doppia prefazione, a firma di mons. Roberto Carboni e del prof. Bachisio Bandinu, che ripercorre la vita e l’opera del fondatore della Compagnia Evaristiani del Sacro Cuore.

*di Andrea Quarta, Università Sorbona-Parigi

Il curatore Tonino Cabizzosu, a cui si deve tra l’altro la monografia Evaristo Madeddu. Epistolario di un uomo singolare 1934-1934 (Zonza Editore, 2005), con taglio critico, in quanto sacerdote e già docente Ordinario di Storia della Chiesa moderna e contemporanea, ha ricostruito applicando il massimo rigore scientifico la biografia di una personalità originale, che nella Chiesa isolana non ha eguali (p. 9).

Un lavoro di scrupolosa analisi, con dovizia di particolari, condotto su fonti edite e soprattutto inedite reperite presso i Dicasteri per la Dottrina della Fede e per gli Istituti di vita consacrata e le Società di Vita Apostolica, l’archivio privato dell’Arcivescovo di Oristano, gli Archivi Storici diocesani di Oristano e di Ozieri, quello provinciale dei Padri Cappuccini di Sardegna, a cui vanno aggiunti i tre volumi dattiloscritti e mai pubblicati sulla vita di Madeddu redatti da Vincenzo Schivo.

Dedicati i primi capitoli al tratteggio dei caratteri biografici di Madeddu e di sua moglie Beniamina Piredda, la gran parte della monografia affronta le fasi che hanno caratterizzato la nascita dell’Opera evaristiana sino a giungere al riconoscimento canonico.

Specie gli esordi, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, furono i momenti più difficili per via delle resistenze manifeste e reiterate provenienti anche dal seno della Chiesa, a cominciare dal parroco di Mandas Salvatore Dessì che, nonostante gli iniziali rapporti cordiali intrattenuti con i coniugi Madeddu all’apertura della loro comunità in loco nel 1925, osteggiò la Compagnia del Sacro Cuore mosso, forse anche complice la sua rigida formazione ecclesiologica ottocentesca, dal suo modo autoritario e gerarchico nella vita parrocchiale senza possibilità di interferenza alcuna, da parte di laici, considerati in posizione subalterna (p. 57).

L’acrimonia lo spinse anche a scrivere diverse lettere denigratorie nei loro confronti all’arcivescovo Ernesto Maria Piovella, con il quale però la coppia visse in alternanza fasi di stima e incoraggiamento (p. 69) (nel 1927 suggerì loro il nome Compagnia del Sacro Cuore) ad altre di criticità ed inibizioni (p. 69).

Netta invece la posizione favorevole del presule oristanese Giorgio Delrio che, basandosi sui giudizi espressi dall’autorevolezza di Padre Manzella visitatore dell’Opera evaristiana a Donigala Fenughedu nel 1934 e sulle risultanze di un’inchiesta diocesana volta ad accertare la veridicità dei fatti denigratori, ritenne essere il Madeddu uomo di soda virtù e di profonda pietà (p. 85). Scorse in lui l’uomo che lavorava assiduamente alla pratica delle virtù cristiane e religiose, specialmente dell’umiltà, della purezza, della carità (pp. 85-86).

Gli arcivescovi Giuseppe Cogoni e Sebastiano Fraghì, rispettivamente succeduti nel 1938 e 1947 al magistero di Delrio, negli anni Quaranta assunsero una posizione non manifestamente ostile agli Evaristiani ma proposero, onde ottenere loro il riconoscimento ecclesiastico, un ridimensionamento dell’Opera che il fondatore però non sottoscrisse. In questa diatriba confluirono anche i problemi sorti con il cagliaritano Paolo Botto, propenso alla soppressione del ramo femminile e alla dismissione dell’abito talare.

Nonostante le forti resistenze riscontrate nei mondi religioso (specie nel clero del Sud dell’Isola) e laico, Madeddu e la moglie perseverarono coraggiosamente nel loro progetto forti della propria ferrea volontà e grazie al concorso di alcuni benefattori: nel novero, gli illustri Antonio Segni e la moglie Laura, i coniugi Manunta-Denti che donarono la loro proprietà di Donigala alla comunità, riuscendo così a svolgere tra gli anni Venti e Cinquanta un’azione di apostolato (religioso e sociale) tra i più bisognosi.

L’istituzione di diverse comunità radicò progressivamente la famiglia evaristiana in quattro diocesi dell’Isola: Ales, Cagliari, Oristano e Ozieri. Gli immani sacrifici accompagnati da lunghi travagli interiori non fecero vacillare i propositi né intaccarono le forze dei fondatori, finalmente ripagati nel 1958 e nel 1965 con l’agognato riconoscimento canonico di ente morale dapprima del ramo femminile Compagnia delle Figlie del Sacro Cuore poi di quello maschile Compagnia Evaristiani del Sacro Cuore.

Quello in personalità giuridica fu, invece, sancito nel 1966 da un decreto del Presidente della Repubblica. A un secolo esatto dall’inizio dell’Opera, la pubblicazione di tale biografia concorre a rimodulare necessariamente il giudizio storico-critico su Madeddu e sulla sua Compagnia distorto, in passato, da maldicenze, pregiudizi.

Oltre al riconoscimento canonico sarebbe stato (lo sarebbe ancora oggi!) significativo, come gesto esemplare, da parte della Chiesa Sarda un sentito mea culpa per la sofferenza generata nei loro confronti, rei di essere stati anticipatori di nuove frontiere.

L’importante e speciale ruolo nell’educazione svolto sino a oggi dalle comunità evaristiane (es. di Putzu Idu, di Donigala Fenughedu, di Serramanna, di Villasimius), segnala la fecondità delle intuizioni originarie di Madeddu e della Piredda e indirizza su suore e fratelli consacrati il doveroso grazie tanto della Chiesa d’oggi quanto di ampie aree sociali bisognose di soccorso.

Così fino a oggi. Il cammino secolare percorso dalla Compagnia, testimonianza evidente di come il bene abbia trionfato sulla zizzania, impone inesorabilmente nuove riflessioni: saprà essa, preservando la propria identità, far fronte alle sfide che s’annunciano dal generale calo vocazionale che colpisce la Chiesa?


 

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