Sabato, 30 Maggio 2026

 

Prossima tappa della Visita Pastorale, a partire dal 1° marzo, è nelle comunità di Siamaggiore, Pardu Nou, Massama e Nuraxinieddu accomunate dal fatto che sono tutte guidate da don Alejandro Garcia. Al parroco abbiamo rivolto qualche domanda per conoscere più da vicino le sue comunità.

Lei guida tre parrocchie e una rettoria: come vi siete preparati a quest’evento?

Ci prepariamo anzitutto con animo grato e in spirito di preghiera oltre che con sentimenti di affetto verso il nostro Arcivescovo. La straordinarietà di una Visita Pastorale non sta tanto nell’atto dovuto perché richiesto dalle norme, quanto piuttosto nel tempo che viene messo a disposizione per il semplice stare con le persone, senza fretta, nella normalità della vita parrocchiale. Ecco perché ci si prepara anzitutto senza organizzare troppi momenti istituzionali. Con il Consiglio Pastorale interparrocchiale ci siamo proposti che risulti essere una visita straordinaria, certo, ma nell’ordinario, cosicché si vedano luci e ombre di paesi molto vicini ma anche tanto diversi tra loro.

Quali i punti principali del programma della Visita?

La Visita coinciderà con un tempo forte dell’anno liturgico, la Quaresima, e si inserisce in quei momenti che le nostre comunità hanno sempre vissuto in questo tempo. Per cui ci saranno i momenti di Adorazione guidati dall’Arcivescovo, a cui seguiranno i colloqui personali con lui: per confessarsi o anche solo per un momento di dialogo. Poi i vari incontri: coi bambini e i ragazzi del catechismo che, essendo molto pochi, sarà incontro unico per tutti e quattro le comunità; con il Consiglio Pastorale interparrocchiale, i confratelli e i cori; un incontro nel Municipio di Siamaggiore; le visite ai malati e agli anziani, la preghiera nei cimiteri e ancora, in alcune comunità, la Via Crucis tradizionale del venerdì e l’Eucarestia domenicale. Poche e piccole cose, ma importanti: invito tutti a partecipare per incontrare il Signore Gesù.

Marginalità e periferie: Lei guida due parrocchie che sono frazioni di Oristano, una che è un Comune autonomo e Pardu Nou che è una frazione che gravita sui comuni di Siamaggiore e Solarussa. Avete la percezione di essere ai margini oppure proprio per questa condizione si è sviluppato un senso fraterno e di solidarietà maggiore?

Parliamo di periferie particolari, a mio avviso. Sono paesi molto piccoli: gravitando intorno a Oristano ne traggono benefici e negatività. Pur essendo vicini alla città, hanno ancora un senso di appartenenza paesana di fondo. Ciò comporta che ogni paese ci tiene alle sue usanze e tradizioni, anche religiose: anche chi emigra torna in occasione delle feste paesane che ricorda con affetto e non vorrebbe mai venissero meno. Ci sono anche i cosiddetti campanilismi, che non devono però scandalizzare: con pazienza e costanza vanno educati. Sono paesi che fanno i conti con lo spopolamento: da una parte la popolazione è sempre più anziana, certe vie sono ormai disabitate, e i pochi giovani si trasferiscono per lavoro o studio; dall’altra si assiste a un progressivo ripopolamento da parte di persone provenienti da altri paesi che trovano sistemazioni abitative economicamente più accessibili ma la loro vita sociale (e di fede) si sviluppa comunque a Oristano dove si lavora, dove i figli frequentano le scuole, le parrocchie e i vari percorsi di formazione. È molto difficile sviluppare un senso di fraternità o un cammino comunitario di fede con chi torna solo la notte per dormire: questo tipo di abitanti attualmente rappresenta la maggioranza (soprattutto nelle due frazioni oristanesi). Nel complesso si vive bene, le persone sono generose e ospitali, dedite al lavoro e alle famiglie: sono posti tranquilli.

Le parrocchie di Massama e di Nuraxinieddu anticamente erano collegate alla Cattedrale e al Capitolo Metropolitano: ancora oggi due canonici hanno come titolo quello delle sue parrocchie. Un retaggio storico oppure c’è ancora oggi un qualche legame?

Sì, a oggi il titolo canonicale di San Giacomo in Nuraxinieddu è affidato a mons. Antonino Zedda, mentre quello della Madonna Assunta in Massama a mons. Paolo Ghiani e ultimamente a mons. Maurizio Spanu. È sicuramente un retaggio storico ma nel senso positivo del termine: è un’eredità che ci arriva dal passato, anche materialmente (si pensi per esempio ai quadri della SS Trinità e di San Michele di enorme valore storico del Solimena, scuola napoletana del XVII sec, o al prezioso lavabo della sacrestia a Massama), e che oggi si esplica in un legame di amicizia e preghiera che con don Paolo Ghiani era ancora più profondo dal momento che è stato il mio parroco a Santa Giusta. Sin dal mio arrivo come parroco ho voluto, per esempio, che fossero più spesso presenti i canonici titolari ai momenti importanti della comunità come l’inizio del ministero o le feste patronali; a Nuraxinieddu – per esempio- se non la Messa solenne del patrono almeno la Messa vigiliare ho voluto fosse sempre presieduta dal canonico titolare e, ancora, non manca mai il ricordo bene augurante da parte loro per le comunità in occasione delle feste patronali, natalizie o pasquali. Sono legami diversi e più semplici rispetto al passato ma certamente non meno importanti e validi per il nostro bene spirituale e, talvolta, anche materiale.

Lei è originario di Cuba: esiste un ponte tra le due grandi isole? Ci può raccontare le tappe principali della sua biografia?

Sì, è capitato che alcuni gesti di carità delle nostre comunità abbiano in qualche modo percorso questo ponte verso Cuba: penso ad alcune raccolte di soldi e di medicinali fatti poi recapitare a L’Avana. Le origini latino-americane unite al senso di appartenenza alla mia Sardegna sono per me una grande duplice ricchezza: nasco a Cuba da genitori cubani e all’età di sei anni mi trasferisco a Santa Giusta, dove frequento tutte le scuole sino ad arrivare al Liceo Classico De Castro di Oristano. Accompagnato dal parroco don Francesco Zanda, mi avvicinai al Seminario minore dove entrai (di nascosto!) prima da giovanissimo adolescente poi ufficialmente e stabilmente, dopo vari trasferimenti tra Cuba e gli Stati Uniti, durante gli ultimi due anni di Liceo classico. A Cagliari ho proseguito con gli studi filosofici e teologici. Dopo l’ordinazione vengo nominato animatore in Seminario minore e l’anno dopo Vicario parrocchiale di Solarussa, Zerfaliu, Siamaggiore, Massama, Nuraxinieddu e Pardu Nou. Infine, mons. Carboni mi ha affidato la cura pastorale di queste ultime quattro insieme con il servizio nel Tribunale Metropolitano Arborense come Notaro. Direi che si tratta, in buona sintesi, di una biografia abbastanza vivace!

Anche le comunità che Lei guida hanno accolto i Convisitatori. Oltre la parte burocratica, la visita ad res (alle cose e alle strutture) quale impatto ecclesiale ha avuto?

I fedeli sapevano che l’arrivo dell’Arcivescovo sarebbe stato preceduto da questa visita più burocratica: sono stati coinvolti, a vario titolo, per dare una mano a far sì che cose e strutture fossero il più in ordine possibile. Non che durante il resto dell’anno sia tutto sotto sopra, ma come si sa, quando si hanno visite si pulisce persino dove gli ospiti certamente non andranno a controllare. Sono gesti di delicatezza e gentilezza che ho ricevuto, che hanno avuto su di me un impatto molto positivo: dimostrano affetto non solo per le strutture ma anche per il parroco, e questo mi fa tanto bene. Un impatto sulla comunità silenzioso, senza grandi proclami, ma efficace.

Ci parli, infine, degli organismi ecclesiali, la catechesi, le Confraternite, la ministerialità, della comunità: cosa vi aspettate dalla Visita Pastorale?

Ci aspettiamo parole di vicinanza e incoraggiamento, una presenza che veda la realtà e non apparati predisposti solo per fare bella figura. Vorrei che l’Arcivescovo vedesse con i suoi occhi le realtà complesse, con tante criticità, ma anche con tanti punti di luce. Si tenta di fare il più possibile tutti insieme, cercando di superare campanilismi tra parrocchie, con tutte le resistenze che si possono immaginare. Penso al Consiglio pastorale unico per tutte le comunità, a chi si rende disponibile per il ministero dei lettori, a chi si occupa del decoro delle strutture; penso al catechismo con classi piccole e disomogenee circa l’età… Un occhio di riguardo meritano certamente le confraternite e le prioresse che tengono vive le tradizioni e si curano delle varie cappelle e statue, animando i cortei funebri con l’accompagnamento dei fratelli defunti. Si fanno piccole e poche cose e si cerca di farle al meglio e così vorremmo che fosse la visita: piccole e poche cose, fatte con la normale gentile attenzione e cura.

Grazie: Le auguriamo buona esperienza ecclesiale!

Pubblicato su L'Arborense n. 7 del 1 marzo 2026


 

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