L'11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, la Chiesa ha celebrato la XXXIII Giornata mondiale del malato. Anche la nostra Chiesa arborense, in unione con quella alerense, ha ricordato questa giornata con il Giubileo dei malati che è stato celebrato nella Basilica del Rimedio, alla presenza del nostro Arcivescovo Roberto, di una rappresentanza di sacerdoti delle due diocesi e di mons. Paolo Atzei, arcivescovo emerito di Sassari.
* di Rita Valentina Erdas
Tanti i fedeli giunti ai piedi della Vergine Maria per chiedere conforto e grazia, in questo giorno dedicato ai sofferenti, ai loro familiari, al personale sanitario, ai Ministri straordinari della Comunione e a tutti coloro che ogni giorno si occupano dei malati. Tutta la Chiesa vi ringrazia e prega per voi tutti i giorni, li ha salutati mons. Gianfranco Murru, rettore della Basilica: Non c'è giorno in questa Basilica in cui ci rivolgiamo alla Madonna e ci affidiamo a lei Remediu pro d'ogni male.
E citando San Paolo: la speranza non delude. Gesù non ci delude mai. Mai come nella sofferenza ci si rende conto che ogni speranza viene dal Signore: è un dono da raccogliere e coltivare. La speranza è una luce nella notte del dolore. Quante volte al capezzale di un malato si impara a credere, si scopre l'amore e ci si rende conto di essere angeli di speranza, messaggeri di Dio. A coloro che si occupano dei malati, ha augurato: siate sempre angeli di speranza.
L'Arcivescovo nell'omelia, riallacciandosi alle parole di San Paolo, ha invitato i fedeli a confidare nell'aiuto di Dio, nella sua Provvidenza, in quella forza che è dono del suo Spirito. Solo così si può rimanere forti quando siamo toccati dalla malattia o quando vediamo un nostro caro soffrire e ci sentiamo impotenti.
Gesù, nell'inviare i suoi discepoli li esortò a dire ai sofferenti: è vicino a voi il Regno di Dio! Chiede, cioè, di aiutare a cogliere anche nell’infermità, per quanto dolorosa e difficile da comprendere, un’opportunità d’incontro con il Signore. Nel tempo della malattia, infatti, se da una parte sentiamo tutta la nostra fragilità di creature, dall’altra facciamo esperienza della vicinanza e della compassione di Dio, che in Gesù ha condiviso le nostre sofferenze. Egli non ci abbandona e spesso ci sorprende col dono di una tenacia che non avremmo mai pensato di avere, e che da soli non avremmo mai trovato.
Rivolgendosi a tutti coloro che hanno scelto di farsi prossimi ai sofferenti, li ha ringraziati per la loro dedizione e generosità: Non possiamo dimenticare la schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana. La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il Buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino a ogni essere umano, ferito dal peccato. La malattia impone una domanda che, nella fede, si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza e che, a volte, può non trovare subito una risposta; il capezzale di un malato è occasione per imparare a sperare!
Ha concluso con l'affidamento a Maria: Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.
Al termine della celebrazione, don Giorgio Lisci, delegato regionale per la Pastorale della salute, ha portato i saluti e gli auguri della Conferenza Episcopale Sarda e ha ringraziato l'Arcivescovo Roberto, mons. Paolo Atzei, tutti i presbiteri, il Sindaco di Oristano Massimiliano Sanna, il Prefetto, dott. Salvatore Angieri e i fedeli presenti: Vi lascio un messaggio, ha detto, una frase: invece un samaritano. In un mondo che corre, in cui tutti abbiamo da fare, che ci vede sovrastati dai numerosi impegni, siamo chiamati a fermarci; corre il sacerdote, corre il levita, invece il samaritano si ferma, guarda quel povero fratello colpito, ferito, abbandonato. In quest'Anno giubilare siamo chiamati a fermarci; diamo speranza a ogni uomo ferito nel corpo e nello spirito. In nome del nostro battesimo versiamo sulle ferite dei nostri fratelli il vino dell'amicizia e l'olio della consolazione. Fermiamoci perché davvero ciascuno possa ritrovare sé stesso incontrando gli altri e, nel camminare insieme, riscoprire che Dio è Amore, è Pace, è Consolazione.
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