In occasione della solennità di San Francesco d’Assisi, sabato 4 ottobre, l’Arcivescovo Roberto ha presieduto la solenne celebrazione nella chiesa di San Francesco insieme alla comunità dei frati che animano la vita del convento, alla presenza delle Istituzioni cittadine e a tanti fedeli. La sua riflessione, durante l’omelia, si è focalizzata sul Cantico di Frate sole, più conosciuto come Cantico delle creature, a 800 anni dalla sua composizione e su come esso, a distanza di così tanti anni, sia ancora un messaggio attuale. L’Arcivescovo ha voluto condividere con i lettori un approfondimento della sua meditazione di cui riportiamo il testo integrale.
Chi legge il Cantico di Frate sole, questo è il suo vero titolo, più conosciuto come Il Cantico delle creature, rimane affascinato dai colori, dalla bellezza, dalla luce che esso emana. La storia della letteratura lo annovera come primo o tra i primi testi in volgare della nostra lingua italiana. Lasciandoci prendere dal suo ritmo, immaginiamo con la fantasia di contemplare scenari idilliaci di natura, di vasti prati, torrenti e cieli stellati…
Eppure, noi sappiamo che Francesco d'Assisi compone questo Cantico in ben altro contesto che quello bucolico, così come si potrebbe pensare a una prima lettura. Le fonti storiche ci confermano che Francesco ha composto il Cantico non di getto, in un'unica volta, ma in diversi momenti, con l'aggiunta della strofa del perdono e poi con quella su Sorella morte.
Il testo più lungo Francesco lo compone a San Damiano, probabilmente nei primi mesi del 1225, quando la sua condizione fisica è estremamente precaria e soffre terribilmente; ormai è quasi cieco a causa delle cure, quasi delle torture, che la medicina del suo tempo pensava risolutive per l’Infezione agli occhi, contratta probabilmente nel suo viaggio in Egitto. L’idea era di guarire l’infezione cauterizzando con un ferro candescente il nervo ottico.
Francesco non sopporta più la luce del sole, deve stare sempre nell’oscurità, in una piccola capanna e non sopporta più neanche la luce del fuoco, tanto gli occhi sono deteriorati e feriti. In questo contesto si aggiunge anche un momento di dubbio circa il suo operato come fondatore della comunità dei frati. Si domanda se l’Ordine debba conservare lo spirito degli inizi o accettare il cammino della storia che spinge per un’evoluzione del progetto di vita, la creazione di una struttura più articolata. Lo tormentano, fra l'altro, ci raccontano i biografi, i topi che gli corrono addosso mentre è steso per riposare e non lo fanno dormire.
Francesco è quasi preso dalla disperazione. Supplica il Signore e chiede il suo soccorso. Il Signore, ci raccontano i biografi, gli risponde: Fratello, rallegrati e gioisci di cuore nelle tue infermità (FF1614) e attraverso un dialogo serrato, gli conferma che la sua vita gli è gradita e che gli è riservato un posto in paradiso. Da quel momento Francesco, nonostante tutte le difficoltà, i topi, l'oscurità, gli occhi, i problemi dell’Ordine, sente un gran gaudio, un'esultanza nel suo cuore che trasforma tutta la sua tristezza.
E' questo il contesto in cui compone il Cantico. Al centro della composizione ci sono le creature, ma non lodate per sé stesse in una sorta di panteismo o una ecologia senza anima, ma piuttosto lodate perché sono via alla lode a Dio, portano al Signore, hanno, dice Francesco, di te significazione. Francesco legge la natura, il creato con uno spirito cristiano, con lo spirito della lode, come aveva imparato dai salmi che ogni giorno pregava. È un canto che mette al centro il Signore, chiamandolo Altissimo, Onnipotente, Buono.
Il Cantico di Frate sole ha radici lontane nella personalità di San Francesco. Ci dicono i biografi che Francesco da giovane, quando era allegro e felice, cantava in francese, la lingua di sua madre Pica. Nel manoscritto 338, risalente agli anni ‘40 del 200, dunque vicinissimo a San Francesco, custodito nella biblioteca del Sacro Convento di Assisi, si riporta per la prima volta il testo del Cantico: ma c’è anche uno spazio bianco, vuoto, lasciato per la musica. Purtroppo, l’amanuense non ha trascritto le note musicali che pure dovevano esserci e che Francesco ha inventato perché il Cantico venisse cantato dai suoi frati.
Ma perché Francesco scrive il Cantico? Per lodare Dio, consolare sé stesso, evangelizzare gli altri. Per Francesco il Cantico è mezzo per evangelizzare, scritto nella lingua della gente, contiene pensieri brevi, semplici, chiari, immediati, per tutti. La materia, il creato, non è vista come negativa, come dicevano gli eretici, ma immagine del Dio buono che crea cose buone. Francesco fa cantare le Laudi delle Creature dopo aver predicato in piazza, per insegnare alla gente le lodi di Dio. Prima di tutto parla di Dio, poi parla delle creature, con la caratteristica di chiamarle fratelli e sorelle.
Egli ha già superato quel passaggio nella sua vita, quando da giovane gli altri erano considerati nemici o persone da conquistare per il suo narcisismo. Non ci sono più né nemici né avversari, ma solo fratelli e sorelle. Egli è arrivato, attraverso un percorso di purificazione del suo cuore a riconciliarsi con le creature e con gli uomini. È un nuovo Adamo che non è stato toccato dal peccato, dal desiderio di potere di dominio.
Accanto alla lode a Dio come Altissimo, Onnipotente, Bon Signore, ci sono riferimenti all'uomo, all'umanità che deve lodare questo Signore: sono le strofe aggiunte, quella sul perdono e quella sulla morte. Il contesto della strofa sul perdono ci viene raccontata sempre dai biografi. Francesco si trova nell'episcopio di Assisi, ospite del vescovo Guido, ed è venuto a conoscenza delle divergenze e delle diatribe, probabilmente per ragioni di interessi economici, proprietà di terreni, tasse da riscuotere, fra il Vescovo e il Podestà di Assisi.
Egli vede quel dissidio come un cattivo esempio dato alla comunità, da parte di due autorità che invece dovrebbero dare esempio di magnanimità e saggezza. Per quella circostanza compone la strofa sul perdono: beati quelli che perdonano per il tuo amore e sopportano infermitate e tribolazioni. Manda i frati a cantare il cantico con la nuova strofa sia al Podestà che al vescovo.
Essi si commuovono dal gesto di Francesco, si lasciano toccare il cuore e fanno il passo della riconciliazione. Infine, sappiamo che Francesco riceve dal Signore l’annuncio circa la sua morte imminente e dunque aggiunge l'ultima strofa, trasfigurando anche l’avvenimento così drammatico nella storia di una persona dell’incontro con la morte, come l’incontro con una di famiglia, chiamandola sorella: Laudato si mi Signore per Sora nostra morte corporale…. beati quelli che morranno nella Santissima Volontà, cioè che la loro vita avrà preso una direzione precisa verso Dio, una conduzione che va verso la volontà del Creatore.
Il Cantico di Frate sole, un testo così lontano da noi ma così vicino. Ciascuno di noi può riprenderlo, farlo proprio, una lode a Dio per la creazione ma anche come un itinerario personale di perdono, di riconciliazione, di invito a ritornare a Dio. Una preghiera, una meditazione che pone noi stessi di fronte al nostro Creatore riconoscendolo altissimo, buono e onnipotente, e lasciandoci conquistare dall’invito a servire il Signore con umiltà.
+Roberto, Arcivescovo
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