Lo scorso 30 maggio è venuta a mancare, all’età di 93 anni, suor Elena Pia Frongia, nata a Ovodda da Antonio e Paola Cappeddu e battezzata nel 1932 col nome di Giuseppina. In questo mese missionario la vogliamo ricordare come una testimone autentica del Vangelo.
* di Gabriella Muggironi
Negli anni ‘50, Giuseppina entrò nella Congregazione delle suore del Sacro Costato, presenti a Ovodda, attratta dalla loro spiritualità. Fu lì che consacrò la sua vita a Dio col nome di suor Elena Pia e maturò il desiderio di partire in missione. Fu inviata a Taiwan, in cui i cristiani erano una minoranza: gli abitanti dell’isola erano, infatti, in gran parte buddisti e taoisti.
I primi tempi furono molto duri sia per la difficoltà della lingua, sia per l’impatto con una nuova cultura, sia per le misere condizioni economiche. Insieme alla piccola comunità di suore iniziò a diffondere il Vangelo, offrendo anche aiuti concreti: ambulatori, asili, refettori e servizi di assistenza per donne, giovani e bisognosi.
Col tempo nacquero anche le prime vocazioni locali. Nel 1972 un violento tifone distrusse gran parte del villaggio dove risiedeva la comunità di suore: nell’attesa che il suo villaggio fosse ricostruito, si trasferì a Narò, piccolo centro nel cuore della montagna. Da lì proseguì instancabilmente la sua missione, raggiungendo a piedi i sei villaggi circostanti, sparsi sul territorio; il più lontano distava fino a dieci ore di cammino.
Percorreva lunghe distanze a pied
i, da sola, su mulattiere e strade sterrate, col solo supporto di due bastoni, unica arma contro i serpenti. In seguito, con lo sviluppo economico, fu realizzata una rete di strade e suor Elena Pia usufruì prima di una motocicletta poi di una macchina e, infine, di un pulmino per il trasporto dei bambini.
Un giorno alla settimana raggiungeva le consorelle a Hsinchu per fare vita di comunità religiosa. Quando era già avanti con gli anni, oltre al suo costante impegno a Narò, suor Elena Pia ricevette l’incarico di avviare una congregazione in Vietnam. La missione si rivelò fin da subito particolarmente complessa, a causa delle severe restrizioni imposte dal regime comunista.
All’arrivo nel Paese, per evitare sospetti e controlli, fu costretta a togliere per la prima volta l’abito religioso e a indossare i pantaloni, confondendosi tra i turisti, per potersi muovere liberamente e in sicurezza. Per la sua fede in Gesù avrebbe fatto questo e molto altro. Nonostante le difficoltà, grazie alla sua determinazione riuscì a porre le basi della nuova missione.
A Ho Chi Minh, la capitale, fondò una comunità vocazionale e avviò la costruzione di una casa per il lavoro pastorale delle giovani suore. Nella parte più interna del Paese aprì anche un’altra casa destinata alla formazione delle ragazze in discernimento. La pandemia da Covid19 interruppe i suoi viaggi in Vietnam, ma l’opera da lei iniziata ha continuato a crescere in modo autonomo.
Già numerose vocazioni locali sono entrate nella congregazione, segno concreto dei frutti maturati grazie al suo coraggio e alla sua fede. Ciò che ha sempre animato suor Elena Pia nei suoi quasi 65 anni di missione è stato un profondo amore per Dio, vissuto con totale dedizione, secondo il motto che guidava ogni sua scelta: Omnia ad maiorem Dei gloriam, Tutto per la maggior gloria di Dio.
Col tempo, divenne una figura amata e rispettata da tutti, cristiani e buddisti, che affettuosamente iniziarono a chiamarla mamma. Era ormai conosciuta ufficialmente come madre Zhao Xiurong, nome che la accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. Le autorità e la stampa hanno rivolto l’attenzione al cantiere di carità e di formazione che si sviluppava a Narò grazie al lavoro e al dinamismo di suor Elena Pia.
Il suo costante impegno ha dato inizio a una gara di solidarietà non comune: cristiani e buddisti da varie parti dell’isola le portavano consistenti quantitativi di prodotti alimentari, indumenti e aiuti economici per l’asilo e per i poveri. Nel suo lungo periodo missionario la nostra amata suora è tornata più volte a Ovodda, a riabbracciare i parenti, tra i quali il suo caro nipote don Gianni Maccioni, gli amici e tutta la comunità.
In paese le volevano bene, così come a Taiwan dove Madre Zhao ha ricevuto grandi riconoscimenti dalle autorità civili, compresa la carta d’identità taiwanese per aver dedicato più di mezzo secolo della sua vita al servizio della gente del posto, che la considerava un angelo vestito di bianco. Il suo esempio sia di stimolo per nuove vocazioni, in particolar modo tra i nostri giovani.
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