Lunedì, 11 Maggio 2026

 

Il Retablo del Santo Cristo e la scelta quotidiana della pace

Mentre in più parti del mondo l’arroganza della conquista, il bisogno di potere e la fame di nuovi mercati continuano ad arricchire le stesse casseforti, e mentre la finanza globale e il controllo dei metadati diventano nuovi strumenti di dominio, anche attraverso la guerra, le nostre cronache ci stanno abituando al sibilo delle bombe e al brillare dei droni.

Sono cieli che non appartengono più a un altrove remoto, ma a città sempre più prossime all’Europa, in uno scenario che si allarga e ci circonda. In queste stesse ore, il Parlamento Europeo discute la distrazione di circa mille miliardi del Fondo Unico, quella parte dell’1% del PIL che ogni Stato membro versa all’Unione per sostenere agricoltura, scuole, sanità, ricerca, incendi e calamità, sovranità alimentare. Una quota enorme che rischia di essere spostata verso capitoli dedicati alla difesa comune, mentre il continente si arma e ciascuno dice di farlo per difendersi da tutti gli altri. Sono scelte di indirizzo, di vita, di orientamento, dalle quali non possiamo rimanere estranei. E proprio mentre il mondo sembra muoversi in questa direzione, il tempo ci consegna un’altra parola, rivoluzionaria allora come oggi: pace. Non è un caso che sia primavera. Non è un semplice passaggio del calendario, ma un richiamo. È la stagione in cui la natura si rialza, in cui la vita torna a farsi strada anche dove sembrava impossibile. È la risposta silenziosa che ci ricorda che esiste un’altra logica, un altro modo di stare al mondo. In quest’anno dedicato ai costruttori di pace e a San Francesco, il pensiero torna a quel richiamo all’umiltà e alla semplicità che è alla base del messaggio del nostro Patrono d’Italia: essere in armonia e in pace nel profondo, prima ancora che nelle scelte politiche e nelle strategie internazionali. È la pace che nasce dal cuore, quella che non si impone ma si testimonia, quella che non conquista ma custodisce. Tutto il resto è conseguenza.

Una mirabile opera

È in questo intimo che cerca verità il nostro Cristo di Nicodemo, arrivato a Oristano in un tempo non noto della seconda metà del XIV secolo, e che da secoli continua a ricordarci che la forza non sta nel potere, ma nella resa fiduciosa, non nella conquista ma nella cura, non nell’armarsi ma nel disarmare il cuore. Il Cristo di Nicodemo, oggi posto nella sua cappella laterale sinistra della chiesa di San Francesco nel cuore di Oristano, dobbiamo immaginarlo evangelizzatore e consolatore di anime per secoli. Fu scolpito probabilmente negli ultimi decenni del Trecento e arrivò in Sardegna, a Oristano, non più tardi dell’inizio del Quattrocento. Un secolo dopo i documenti parlano già di un crocifisso santo e ci restituiscono l’immagine di quell’uomo che soffre senza vergognarsi della propria sofferenza, della propria fragilità: le fibre muscolari tese e lacerate, le maculature di un’emorragia interna avanzata, i capelli intrisi di sangue. È l’emblema di un uomo che patisce, che è uno di noi e che come noi può rinascere e risorgere. Intorno a lui, nel 1533, i frati Minori Conventuali commissionano a Pietro Cavaro la grande macchina d’altare destinata alla chiesa di San Francesco. Non stanno semplicemente decorando un edificio sacro: stanno riaffermando una storia che affonda le radici nel XIII secolo, quando i primi frati arrivarono in Sardegna quasi in contemporanea con la predicazione del Poverello e trovarono nel giudicato d’Arborea un terreno fertile, capace di accogliere la loro visione evangelica e di farne un elemento strutturale della vita pubblica. Pietro Cavaro, consapevole della forza del simulacro, non dipinge una Crocifissione. Non ne ha bisogno. Il Cristo è già lì, reale, tridimensionale, scolpito con una verità anatomica che ancora oggi colpisce. Attorno a lui il pittore costruisce un coro di figure che non competono con il simulacro, ma lo accompagnano.

Il retablo di Cavaro

Le tavole laterali, oggi conservate all’Antiquarium Arborense, raffigurano santi che parlano direttamente al carisma francescano e alla storia locale: Stefano e Nicola, Caterina e Apollonia, Antonio e Bonaventura, Ludovico d’Angiò e Bernardino da Siena. Sono un compendio del carisma francescano che dialoga con le stimmate di San Francesco, mentre il frate Leone dorme. Sono figure che incarnano martirio, dottrina, predicazione, carità, rinuncia al potere. Sono specchi diversi dello stesso mistero della Croce e, allo stesso tempo, modelli che risuonavano profondamente nella sensibilità della città. Stefano, primo martire della Chiesa, appare nella sua veste diaconale con le pietre che richiamano il suo sacrificio, volto della verità che non indietreggia e richiamo potente per una città che aveva conosciuto assedi e resistenze. Accanto a lui, Nicola di Bari, vescovo dei poveri e dei naviganti, porta il pastorale e le tre sfere d’oro, memoria della vocazione antica di Oristano alla cura, all’ospitalità, alla protezione dei più fragili, in continuità con l’ospedale giudicale che sorgeva a pochi passi dalla chiesa. Nella tavola gemella, Caterina d’Alessandria e Apollonia offrono due modi diversi di difendere la verità. Caterina, con la ruota del martirio e il libro, incarna la sapienza che non teme il confronto, la forza della ragione illuminata dalla fede, così vicina alla cultura monastica e alla diplomazia che avevano segnato la storia giudicale. Apollonia, con le tenaglie che stringono il dente, è la santa della resistenza silenziosa, della testimonianza che non ha bisogno di parole, immagine che parla a una città abituata a trattare, mediare, custodire. Più in alto, in dialogo diretto con il Crocifisso, Cavaro colloca i santi francescani, coloro che più direttamente partecipano al carisma dell’Ordine. Antonio di Padova, con il giglio e il libro, è il santo della parola che converte, amatissimo in Sardegna, fratello nella predicazione e nella vicinanza ai poveri. Bonaventura da Bagnoregio, con il cappello cardinalizio e il volume aperto, porta la dimensione della teologia che sostiene la comunità, la fede che pensa, che comprende, che illumina. La loro presenza accanto al Cristo suggerisce che la santità non è mai cieca, ma ha bisogno di essere meditata, compresa, annunciata. Nella tavola di destra, Ludovico d’Angiò e Bernardino da Siena completano il quadro francescano. Ludovico, principe che depone la corona per farsi frate, è rappresentato con i gigli angioini e l’abito minoritico, figura che dialoga con la storia giudicale, con quella regalità che non domina ma serve, che non impone ma accompagna. Bernardino, con il trigramma IHS e il gesto della predicazione, porta il tema della riforma, della purificazione, della necessità di tornare all’essenziale, voce che invita la comunità a rinnovarsi continuamente per rimanere fedele al Vangelo.

L'estasi di Francesco

Ai piedi del Crocifisso di Nicodemo, cuore e motore pulsante del retablo, Francesco riceve le stimmate mentre il buon frate Leone dorme in un cantuccio di rami, fedele e discreto come sempre. È l’immagine che chiude il discorso e allo stesso tempo lo riapre. Francesco non domina il retablo, lo completa. Le stimmate non sono un privilegio mistico, ma la conferma che la Croce non è un evento lontano, ma una forma di vita. Tutto ciò che si vede sotto, martirio, predicazione, dottrina, rinuncia, cura, è solo una declinazione della stessa chiamata: conformarsi a Cristo. Ai piedi della narrazione, forse nella predella o come polvarolo, i cinque protomartiri francescani, Berardo, Accursio, Adiuto, Ottone e Pietro, ricordano la missione portata fino ai confini del mondo. Le loro palme del martirio, i loro abiti minoritici, la loro presenza silenziosa dicono che la fede non si eredita, si testimonia. E la testimonianza, a volte, costa la vita. Tutto questo ruota attorno al Crocifisso di Nicodemo, presenza viva scolpita nella carne del legno e nella memoria della città. Le tavole non lo sostituiscono, lo accompagnano. Sono la sua eco, la sua amplificazione, il linguaggio che traduce in volti e storie ciò che quel corpo dice da secoli. Ogni santo aggiunge una sillaba a un discorso che nasce da Lui e a Lui ritorna, in quella reductio ad unum che il linguaggio figurativo del tempo seppe esprimere con una potenza ancora intatta.

In quel corpo ferito e risorto si riconosce un’umanità che ogni giorno attraversa debolezza e rinascita, dubbio e determinazione, e che continua a scegliere di rimettere Lui, il Dio fatto uomo, al centro della propria fede.

* di Simona Scioni


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