Antonio Atza avrebbe compiuto quest’anno 101 anni. Purtroppo di lui si è persa la memoria. L’anno scorso si sarebbe potuto organizzare un centenario in pompa magna, che purtroppo non c’è stato.
* di Antonello Carboni
Un’occasione persa per celebrare non solo uno dei grandi maestri della pittura sarda della seconda metà del Novecento, ma anche un modo per offrire alle comunità l’opportunità di favorire la coesione e crescita sociale attraverso l’appartenenza a un patrimonio culturale spesso emarginato e disgregato dalla modernità tecnologica.
Ai più, questo nome, dice poco o nulla, eppure quel bambino nato nel giugno 1925 a Bauladu, resta oggi una figura di rilievo della nostra storia artistica. Nel piccolo centro, tra il Guilcier e l’alto Campidano, Atza rimase fino all’età di sei anni, per poi trasferirsi a Bosa. Fin dalla prima infanzia manifestò una naturale predisposizione per il disegno, che però non seguì immediatamente. Si iscrisse infatti al ginnasio ma una volta concluso un cambio di rotta improvviso arrivò quando la madre finalmente lo sostenne pienamente nella sua vocazione per l’arte.
Decise così di seguire le lezioni all’Istituto Statale d’Arte di Sassari, già allora divenuta una scuola di alto livello. Da quelle aule, oltre a docenti come Eugenio Tavolara, Stanis Dessy e Gavino Tilocca, erano appena usciti allievi destinati a lasciare un segno: Antonio Corriga, Libero Meledina, Salvatore Fara e Costantino Spada, solo per citarne alcuni. A quei tempi la scuola era diretta da un altro imponente maestro, Filippo Figari, che nei decenni addietro aveva svolto un ruolo significativo per gli sviluppi dell’arte in Sardegna.
L’orizzonte culturale di Antonio Atza non si fermò a Bauladu, a Bosa o a Sassari. Insegnò calligrafia e disegno nella scuola media, prima a Cuglieri, poi nel nuorese e infine nel cagliaritano. L’indipendenza economica gli permise di viaggiare all’estero, visitare musei e apprendere direttamente dalle opere dei grandi Maestri. Il lavoro pittorico del giovane Atza attraversò negli anni ‘50 molteplici tematiche e differenti linguaggi pittorici. Nel 1957 si trovava a Cagliari per insegnare, ed è a quell’anno che risale la sua prima mostra personale, recensita nientemeno che da Nicola Valle sulle pagine de L’Unione Sarda.
Fu proprio Valle a sancire il suo debutto, che di lì a poco sarebbe stato travolto e trasformato dai nuovi linguaggi dell’avanguardia. Un cambiamento epocale che vide la poetica di Antonio Atza mutare profondamente. Bravissimo disegnatore, aveva appreso magistralmente le lezioni del suo maestro Stanis Dessy.
Inizialmente dipingeva paesaggi, nature morte, volti di donna: prima alla maniera di Modigliani, poi con accenti espressionisti. Insomma, nulla che lasciasse intravedere qualcosa di innovativo ma solo solidità tecnica. Poco dopo arrivano invece le memorabili Stazioni ferroviarie: la stazione di viale Bonaria a Cagliari e le numerose stazioni ferroviarie complementari dei paesi della Sardegna. Queste opere rappresentano un punto di non ritorno rispetto ai primi paesaggi e alle sperimentazioni cromatiche delle nature morte.
Le stazioni ferroviarie esprimono una nuova presa di coscienza: un’analisi della società moderna, sempre sospesa tra la possibilità del viaggio e la causalità della storia di percorrere infiniti binari di vita. Dopo questo ciclo, anche Atza salirà su un treno che segnerà un momentaneo e parziale abbandono dello stile figurativo, prima in favore dell’informale e successivamente del movimento surrealista.
Una fuga dettata dal clima culturale che si respirava in Sardegna sul finire degli anni ‘50 e i primissimi anni ‘60, contraddistinto da totale rinnovamento e rifiuto di precedenti linguaggi. E anche perché la scuola dove tornerà come docente, l’Istituto Statale d’Arte di Sassari, rappresentava ormai una piccola Bauhaus sarda.
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