Domenica, 19 Gennaio 2020

Progetto1

La vita di una Ecclesia particolare è, di solito, ricca di segni e simboli che costituiscono e innervano sia la storia diocesana sia gli aspetti tipici di quella determinata porzione del popolo santo di Dio...

di Tonino Zedda

È lunga la serie di simboli, segni e gesti che caratterizza sia la liturgia che l'intera vita della Chiesa diocesana. In questa nostra rubrica, tra tutti i particolari della vita diocesana, voglio esaminare e presentare ai nostri lettori i simboli identitari che, da quasi un millennio, caratterizzano la nostra chiesa, detta appunto Ecclesia metropolitana Arborensis, cioè l'albero deradicato e frondoso, la croce arcivescovile e il pallio.

Il pastore della nostra diocesi è da sempre chiamato Archiepiscopus Arboren o Arborensis, anche l'ultimo decreto della Congregazione dei Vescovi ha precisato che mons. Ignazio Sanna è stato nominato Administrator Apostolicus metropolitanae Ecclaesiae Arborensis. I simboli tipici dell'arcivescovo sono legati al fatto di essere pastore di una Chiesa (diocesi) metropolitana.

Vediamo brevemente di descrivere questi simboli. Anzitutto la Croce Arcivescovile: come noto questa croce caratterizza gli Arcivescovi e i Patriarchi della Chiesa Cattolica, per questo motivo è anche chiamata Croce Patriarcale. È costituita da una semplice croce latina con una piccola barra trasversale sopra quella principale. Storicamente questa croce patriarcale fu adottata dai duchi di Angiò (poi di Lorena) e figurava nello stemma fin dal 1473. La piccola traversa superiore rappresenta il titulus Crucis, cioè l'iscrizione che Ponzio Pilato fece porre sulla croce di Gesù: in latino Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, abbreviato INRI. Nella cattedrale di Oristano la croce arcivescovile, insieme all'albero deradicato e frondoso, campeggia dappertutto: nella facciata, nelle cimase delle monumentali bussole, nel pulpito e nella cattedra, nelle paratore, nei soffitti dell'arcivescovado, della curia e nelle sagrestie (meravigliosa è quella, in altorilievo, presente nel soffitto dell'aula capitolare), ancora in moltissimi paramenti, nei preziosi vasi sacri e nelle due croci processionali (una del Capitolo e una dell'Arcivescovo di Oristano, posta di norma nello spazio antistante lo studio dell'arcivescovo nel suo palazzo).

Di per sé la Croce Arcivescovile dovrebbe sempre essere usata nelle processioni presiedute dall'arcivescovo, come pure dovrebbe essere posizionata sempre nei pressi dell'Altare, sia in cattedrale come nelle varie chiese della metropolia. Secondo gli studiosi (cfr. Raimondo Turtas) il papa Alessandro II (1061-1073), trasferendo la sede da Tharros a Oristano, la elevò a sede arcivescovile e la dotò di tre diocesi suffraganee: Usellus, Terralba e Santa Giusta.

Oggi la nostra arcidiocesi metropolitana ha un unica suffraganea: quella di Ales-Terralba. Mentre la diocesi di Santa Giusta fu soppressa e unita alla mitria arborense dal papa Giulio II nel 1503. Il titolo rimase in appannaggio dell'arcivescovo metropolita. L'ultimo arcivescovo che potè fregiarsi del titolo di Santa Giusta fu mons. Sebastiano Fraghì. Nel 1968 la Santa Sede chiese di poter aver la disponibilità dell'antico titolo per un Nunzio Apostolico (gli ambasciatori del Papa nel mondo): da quell'anno il titolo di Santa Giusta è affidato dunque ai Nunzi Apostolici, il più importante dei quali fu mons. Giovanni Cheli, Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite (ONU), Giovanni Paolo II lo elevò poi alla porpora cardinalizia: mons. Cheli ha visitato due volte la sua sede titolare, presiedendo alcune celebrazioni eucaristiche dalla cattedra della Basilica di Santa Giusta. La croce arcivescovile deve comparire sempre anche nello stemma dell'arcivescovo. Anche il nuovo arcivescovo mons. Roberto Carboni dovrà, prima di prendere possesso della sua nuova sede, adeguare il suo personale stemma inserendovi, molto opportunamente, anche la croce patriarcale ornata con 5 pietre preziose di colore rosso (rubini) simboli eloquenti delle 5 piaghe gloriose di Gesù Cristo crocifisso.

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