Dal 19 al 21 settembre Santa Giusta ha ospitato l’assemblea nazionale di Bioagricoltura Sociale, dal titolo Appassionati della terra, coltiviamo una nuova socialità.
* a cura di Michela Camedda
Tre giorni intensi che hanno riunito esperti, docenti, amministratori, rappresentanti del mondo laico e religioso, per riflettere su come l’agricoltura possa diventare motore di inclusione, sostenibilità e nuove forme di welfare. L’iniziativa, promossa dall’Associazione Nazionale di Bioagricoltura Sociale e organizzata in Sardegna dalla Cooperativa Il Seme, con un gruppo operativo guidato da Antonello Comina, ha proposto un programma ricco e articolato, ospitato in diversi luoghi simbolici del territorio, tra cui Corte Baccas e Hormiguita a Perdixeddas.
Qui si sono alternati tavoli di lavoro, laboratori partecipati e momenti di confronto che hanno dato spazio a contributi diversi ma accomunati dallo stesso filo conduttore: riflettere sul futuro della terra come bene comune e sulle sue potenzialità come strumento di integrazione sociale. Tra i temi emersi: la tutela dei beni comuni e la costruzione di un welfare generativo; il valore dell’agricoltura sociale come strumento per rigenerare economia e comunità; esperienze concrete di inclusione e sostenibilità, dall’Italia e dall’estero.
A inaugurare i lavori è stato Salvatore Cacciola, presidente nazionale BioAS, che ha sottolineato l’importanza di costruire politiche capaci di sostenere un welfare rigenerativo, orientato non all’assistenzialismo ma alla creazione di valore condiviso.
All’incontro hanno partecipato figure di rilievo, tra cui l’arcivescovo di Cagliari e segretario CEI, mons. Giuseppe Baturi, che nel suo intervento ha richiamato l’urgenza di coniugare economia e socialità per non lasciare indietro chi vive ai margini. A seguire, Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino, ha portato l’esperienza svizzera di un modello socio-economico fondato sull’economia circolare e sull’inclusione lavorativa delle persone più fragili, attivo da oltre trent’anni.
La tre giorni si è distinta non solo per la qualità dei contributi, ma soprattutto per il clima di condivisione che si è respirato: gli incontri hanno permesso di approfondire come l’agricoltura sociale possa davvero diventare un terreno fertile per costruire comunità più giuste e solidali, capaci di generare sviluppo sostenibile e creatività sociale.
Abbiamo approfittato del convegno per rivolgere alcune domande a Gabriel Comina, presidente della Cooperativa Sociale Comunità Il Seme, che ha sede a Oristano, così da approfondire meglio il ruolo e la missione della realtà che ha reso possibile l’organizzazione dell’assemblea nazionale.
Com'è nata la cooperativa sociale il seme e di cosa si occupa?
La Cooperativa Comunità Il Seme è nata a metà degli anni ’80 dall’iniziativa di un gruppo di genitori di giovani con disabilità, insieme agli stessi ragazzi, ad alcuni operatori sociali e volontari. L’idea era quella di creare un luogo di inclusione, in cui il lavoro e la vita comunitaria diventassero strumenti di crescita personale e di autonomia, pensati anche in un’ottica di dopo di noi. In poche parole: una comunità per la comunità. Oggi la cooperativa si occupa soprattutto di inserimento lavorativo, attività educative e socio-educative, progetti culturali e, naturalmente, dedica grande attenzione all’agricoltura e all’integrazione sociale di persone in situazione di fragilità.
Com'è nato l'impegno per l'agricoltura sociale?
La terra offre tempi, spazi e modalità che si adattano perfettamente ai percorsi di inclusione. Non a caso il nome Il Seme nasce proprio dall’idea di seminare nuovi legami e nuove reti sociali. Seminare significa lavorare con pazienza, amore e responsabilità, ma anche vedere risultati concreti. C’è poi anche una connotazione politica nella storia della cooperativa, che da sempre si rivolge alle fasce più fragili, i cosiddetti ultimi, troppo spesso dimenticati. L’agricoltura sociale elimina le distinzioni: quando si lavora la terra, si è tutti uguali. Il senso profondo dell’agricoltura sociale è proprio quello di valorizzare persone che un tempo venivano considerate inutili: penso ai detenuti che restavano fermi senza fare nulla, o alle persone con disabilità chiuse in casa. Con l’agricoltura, invece, possono partecipare alla vita comunitaria e produttiva, in un contesto che favorisce crescita emotiva, relazionale e sociale. In fondo è questo: dare valore a ogni persona.
Perché avete scelto di valorizzare l’impegno per l’agricoltura sociale proprio attraverso questo convegno nazionale, e quanto è stato utile il confronto con le diverse realtà attive a livello nazionale?
È stato un momento fondamentale perché ci ha permesso di mettere la nostra esperienza a confronto con tante altre realtà italiane che operano nell’agricoltura sociale. È importante raccontare e condividere ciò che funziona, ma anche le difficoltà e le buone pratiche. L’agricoltura sociale, infatti, non è solo un settore produttivo: è un vero e proprio modello di comunità, una comunità educante che valorizza persone, territori e relazioni. Il confronto a livello nazionale ci aiuta a rafforzare le reti, a dare maggiore riconoscimento a un settore che non sempre è consolidato, a costruire nuove politiche che sostengano chi crede nell’integrazione attraverso il lavoro e la terra. E, soprattutto, ci offre spunti per migliorarci, perché il confronto è sempre occasione di crescita. Per me, poi, è stata anche una bellissima occasione: poter raccontare la nostra Comunità davanti ad altre realtà simili è stato motivo di orgoglio.
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