Domenica, 11 Aprile 2021

Dopo essere stata esposta a Sarajevo e Vienna la mostra Breaking Free. Voci e storie dei bambini nati dalla guerra fa tappa al Museo Diocesano Arborense che la ospiterà fino al 23 marzo...

a cura di Alessia Andreon

Ispirata alle storie di madri e bambini nati dalle violenze perpetrate durante la guerra dei Balcani racconta, attraverso le immagini, la loro battaglia silenziosa in un paese che ancora oggi nega ciò che è avvenuto e mira a sensibilizzare il mondo e riabilitare le vittime invisibili. Il suo forte messaggio di dolore e rinascita passa attraverso le parole di quattro coraggiose e giovanissime donne: la psicologa Marina Pregernik, che da anni lavora alla Katolicki Scolski Centar “Sv, Josip" di Sarajevo, Elma Hodzic, curatrice del Museo di Storia della Bosnia Erzegovina, Ajna Jusic e Mirna Omercausevic dell’Associazione Forgotten children of war.

Marina, tu sei cresciuta durante la guerra, hai quindi passato gli anni dell’infanzia in quel clima di terrore. Da psicologa e, prima ancora, da donna, come pensi si possa rielaborare tutto il male che le donne del vostro paese hanno subito?

Ero una bambina quando è iniziata la guerra, quindi l’ho vissuta fino all’adolescenza. Ritengo che la cosa più importante oggi sia parlare, andare a capire le diverse ragioni che hanno portato alla guerra e capire anche che tutti hanno sofferto: i profughi, chi è rimasto, chi ha perso i familiari o la casa, chi non è più tornato in Bosnia anche dopo che il conflitto era cessato. Tutti abbiamo subito questa guerra e nessuno di noi ha voluto questo avvenimento nella sua vita.

mostra Breaking Free museo diocesano

Come avete affrontato dal punto di vista umano la ricomposizione della società civile bosniaca dopo la fine del conflitto?

Non è stato facile e non è ancora avvenuta una vera e propria ricomposizione della Bosnia Erzegovina perché, dopo la fine della guerra, ci troviamo in una condizione di grande vulnerabilità sociale. Si è fermato il conflitto armato ma continuano ad esserci ancora tantissime ferite da sanare nella popolazione che ha vissuto la guerra; ancora oggi noi giovani cerchiamo di riconciliarci e aprirci gli uni agli altri, ma tante persone, specialmente in politica, vogliono che il paese rimanga diviso; non come noi giovani vorremmo che fosse.

La mostra però porta in sé un messaggio di speranza. Tu lavori con i bambini della Katolicki Scolski Centar, come tentate di tenere viva la memoria nelle generazioni presenti e future?

Lavoro in un centro scolastico cattolico aperto nel 1994, durante la guerra. Pur avendo questo prefisso cattolico, accoglie bambini di tutte le etnie e nazionalità. Cerchiamo di aiutare i più piccoli a ricomporre i traumi transgenerazionali perché, anche se sono nati a più di venti anni dalla fine della guerra, ci sono delle ferite che si trasmettono ancora da una generazione all’altra. Noi, partendo dalla nostra realtà scolastica, cerchiamo di farli crescere in un paese più sano e gioioso per far sì che quello che è avvenuto alla Bosnia non accada mai più.

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