Domenica, 11 Aprile 2021

Nelle precedenti tappe del viaggio alla scoperta del nostro territorio, abbiamo visitato alcuni siti archeologici di epoca neolitica, nuragica e romana...

di Rita Valentina erdas

La scelta non è stata casuale, volutamente si è preferito dare spazio a luoghi poco conosciuti ma non per questo meno interessanti. Con lo stesso criterio diamo il via alla seconda parte del nostro viaggio alla scoperta, stavolta, di un aspetto che caratterizza la nostra terra: le chiese campestri. Prima tappa è la piccola chiesa denominata S'Arimita a Narbolia, nella regione geografica del Montiferru.

Il territorio in epoca altomedievale e medievale

Le prime attestazioni della presenza cristiana nell'Isola risalgono alla fine del II secolo, ma è successivamente alla Pace della Chiesa del 313 che si ha una prima organizzazione della Chiesa in Sardegna. Alla fine del V secolo, questa organizzazione è più completa, come dimostra la presenza di cinque vescovi sardi al Concilio di Cartagine: Lucifer di Carales, Martinianus di Forum Traiani, Bonifatius di Senafer (Cornus), Vitalis di Sulci e Felix di Turris. All'inizio del VI secolo si aggiungono la diocesi di Sinis (Tharros) e Fausania (Olbia). La nascita di cattedre vescovili nelle principali città sarde favorì la diffusione del cristianesimo, in particolare delle zone limitrofe alle città, mentre nelle campagne persistevano ancora culti pagani. La completa cristianizzazione si avrà solo nel X e nell'XI secolo con la fondazione di altre sedi vescovili.

Il territorio dell'attuale Narbolia (Nurabulia) faceva parte della diocesi di Senafer che, inizialmente, si estendeva fino ai territori di Tharros e del Golfo di Oristano. Con la nascita della nuova diocesi di Sinis nel VI secolo, il territorio viene suddiviso tra le due diocesi e viene posto come confine il Rio Pischinappiu e la sua valle. Nella nuova diocesi vennero inclusi anche i territori del Campidano maggiore e del Campidano di Milis, oltre la zona meridionale del Montiferru.

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Tra la tarda antichità e l'inizio dell'alto medioevo, gli insediamenti già esistenti continuano a vivere, così come le attività produttive, che rimangono legate alle ville. Si assiste, però, alla trasformazione di alcuni ambienti delle residenze private (in alcuni casi già in stato di abbandono), in particolare delle terme, che vengono riadattate a chiese cristiane. Un esempio sono la chiesa di Sant'Andrea di Pischinappiu e il santuario di Santa Maria di Bonacattu, la cui struttura originaria si fonda sui resti di una struttura termale relativa alla villa di Binzola a Bonarcado. Le ville, quindi, continuano a mantenere il loro ruolo di centralità per le popolazioni delle aree limitrofe. Assieme a queste continuano a vivere i piccoli insediamenti abitativi e produttivi sorti nei pressi di nuraghi o villaggi nuragici.

A partire dal VII secolo, la rete di insediamenti abitativi e produttivi, costituita da ville e piccoli insediamenti, cambia radicalmente: alcune ville, come Sant'Andrea di Pischinappiu, risultano abbandonate mentre altre ville continuano a vivere anche nel periodo bassomedievale. Risultano abbandonati i piccoli insediamenti. Alcuni studiosi ritengono che l'abbandono sia stato causato dall'insicurezza delle coste, mutamenti climatici e degrado ambientale, ma è più probabile che questi fenomeni siano più una conseguenza dell'abbandono dei campi e dei piccoli insediamenti.

Il periodo compreso tra l'VIII e l'XI secolo appare privo di fonti archeologiche che riprenderanno solo con la comparsa dei primi documenti scritti del periodo bassomedievale (XI-XIV sec. d.C.). Questi documenti ci testimoniano la cessione, da parte di famiglie signorili, di porzioni di patrimonio a favore di ordini monastici provenienti dalla penisola, in cambio di prestigio politico e sociale, morale e spirituale. Durante il periodo giudicale il territorio è organizzato in domus, termine che indica sia un'azienda che l'insieme dei possedimenti fondiari del signore, in cui svolge un ruolo di primo piano l'abbazia di Santa Maria di Bonarcado, che gestisce territori, attività produttive e manodopera.

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In questo periodo, Nurabulia (Narbolia) è uno dei pochi centri che mostrano una continuità abitativa fin dalla tarda antichità, insieme a Senege (Seneghe). Nurabulia è documentato in diverse schede del Condaghe di S. Maria di Bonarcado, dove si fa riferimento a un curadore de Nurabulia, personaggio che svolgeva un ruolo amministrativo. La villa de Nurabulia, rappresentata dal suo majore Comita de Stara e dai suoi giurati, è tra i firmatari della Pace del 1388.

Il centro abitato di epoca medievale sorgeva nella zona nord-occidentale dell'attuale abitato, nei pressi di un nuraghe complesso da cui parte un grande muro rettilineo, forse di periodo punico, e delle chiese di Santa Caterina e di San Pietro.

Le chiese di Narbolia

Il territorio di Narbolia custodisce diverse chiese. La più antica è la chiesa di Sant'Andrea di Pischinappiu, edificio termale tardoantico riadattato al culto cristiano nel IV-VI secolo. Al XV-XVI secolo risale la chiesa parrocchiale di Santa Reparata, in stile gotico-aragonese. A nord-ovest del centro storico si trova la chiesa di San Pietro del XVII secolo, sorta come Oratorio della Confraternita di Santa Croce su preesistenze di epoca nuragica. A nord-est dalla chiesa di San Pietro sorge la chiesa dedicata a Santa Caterina, presumibilmente di epoca giudicale e chiesa parrocchiale della villa di Nurabulia. A pochi chilometri dal paese la piccola cappella detta S'Arimita, il cui primo impianto risale al XIII secolo con rimaneggiamenti tra il XVIII e il XIX secolo ad opera dell'eremita Matteo. La chiesetta è legata alla tradizione dei Romitori, luoghi appartati in cui prima i monaci e poi eremiti volontari, si isolavano per pregare e studiare.

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Hermanu (frate) Matteo

Dell'eremita Matteo ci parla Alberto Della Marmora nel suo Itinerario dell'Isola di Sardegna, in riferimento ad una piccola chiesa con annessa una abitazione in cui dimorava un vecchio eremita. Di questo personaggio si sa ben poco, se non che si chiamava Vincenzo Matteo Cadoni, era analfabeta, visse fino al 1829 e il suo corpo è sepolto nella chiesa parrocchiale di Santa Reparata. I pochi dati ci provengono dal suo testamento che, oltre a tracciare un profilo di questo personaggio, ci offre uno spaccato di Narbolia a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento.

Per isolarsi dal mondo, Matteo scelse un luogo distante dal centro abitato ma abbastanza vicino da mantenere un minimo di contatto con la comunità, e da cui poteva godere di un panorama che spaziava dal Campidano Maggiore al Golfo di Oristano, dai monti del Guspinese al Monte Arci e ai monti della Barbagia. Sicuramente fu un un uomo di preghiera che nel cercare i beni "spirituali" non disprezzava quelli "materiali": dal suo testamento si osserva che possedeva diversi appezzamenti di terreno e abbastanza denaro, frutto sicuramente di lasciti. Si presume, inoltre, che sia stato lui a ritrovare le monete romane e le figurie appartenenti "all'antica tradizione" di cui ci parla sempre La Marmora.

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Il testamento di Hermanu Matteo fu redatto il 2 novembre 1802 dal notaio Vargiu Serafino Angelo, in casa del nipote Giuseppe Stefano Pugioni del quale l'eremita si trovava ospite (perché colpito da infermità) e fu redatto in spagnolo ma letto in sardo, affinché tutti potessero capire. L'atto inizia con l'invocazione alla Santissima Trinità e dispone che al nipote e al cugino Pasquale Cadoni vadano in eredità alcuni appezzamenti di terreno, mentre dispone, con un legato pio, che le rendite di una vigna vadano a finanziare la festa di San Salvatore. Essendo analfabeta, l'eremita firmò con una croce.

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La chiesetta de S'Arimita

Il piccolo edificio, costruito presumibilmente nel XIII secolo e rimaneggiato dall'eremita tra il XVIII e il XIX secolo, ha pianta rettangolare di 8x5 metri ed è stato realizzato in pietrame misto di basalto e calcare legato con malta di calce; la copertura presenta una volta a botte senza tegole ma intonacata come le pareti laterali. L'edificio risulta incassato nel costone di una collina alta 116 m che domina un pianoro. L'ingresso, ormai diroccato, si apre ad est ed è sormontato da una finestrella in pietra con apertura circolare, molto degradata, che alla base conserva ancora un fregio a dentelli. Nella parte superiore della facciata si trovano scolpite tre figurine sul cui significato sono state fatte numerose ipotesi: tra queste che siano una rappresentazione della dea Tanit, ma pare più plausibile che si tratti di una rappresentazione di figurine oranti, simili ad altre ritrovate in luoghi di culto cristiani che l'eremita ha probabilmente visitato.

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L'interno è costituito da un'unica aula in cui doveva trovarsi un altare, di cui rimangono le tracce. Sulla parete di fondo si trova una nicchia con timpano, mentre altre nicchie sono presenti nelle pareti laterali. Sempre nella parete di fondo, a sinistra, si apre una piccola cella con pavimento rialzato e inclinato, dimora dell'eremita. Lungo tutte le pareti corre un cornicione in arenaria lavorato a dentelli nel quale sono scolpiti fregi a stella, da alcuni attribuiti a culti pagani: si tratterebbe di simboli solari utilizzati in tutti gli ambiti, religiosi e non, di tradizione indoeuropea e molto diffusi in Sardegna nell'alto medioevo.

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Glossario

Condaghe Condaghi, redatti tra l'XI e il XIII secolo, sono tra le prime testimonianze di lingua sarda scritta. Si tratta di manoscritti su pergamena di atti relativi all'amministrazione dei patrimoni di chiese o comunità religiose. Il termine deriva dal greco kontakion, il bastone attorno a cui si avvolgevano i registri patrimoniali. Sono giunti fino a noi diversi condaghi, tra cui il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, in lingua sarda nella variante arborense, i cui documenti più antichi risalgono al 1120-1146.

Legato Pio è una disposizione testamentaria attraverso cui il testatore dispone, permanentemente o per un lungo periodo, l'adempimento di opere religiose, come celebrazioni di messe in suffragio dell'anima del testatore o di un santo, assistenza ai poveri, costruzione di chiese o cappelle, festeggiamenti in onore di un santo, ecc...

Bibliografia

Maisola G., Ricerche di archeologia dei paesaggi nell’alto Oristanese, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, Sassari 2012, pp. 152-211.

Mirai P., L'architettura chiesastica, in Zucca R. (a cura di), Nurabolia-Narbolia. Una villa di frontiera del Giudicato di Arborea, Narbolia 2005, pp. 157-177.

Putzolu D., Stiglitz A., S'Arimita: "Ma chi a fudi?", in «Spazio libero» 1.2 (2000), pp. 4-5.

Fotografie

Giulio Gaviano

Giuseppe Maisola

www.sardegnaabbandonata.it

www.monteprama.blogspot.com

www.maimoniblog.blogspot.com

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