Lunedì, 20 Aprile 2026

Nel nostro viaggio dedicato alla scoperta del territorio faremo tappa a Villa Sant’Antonio, in Alta Marmilla, nel sito prenuragico di Genna Salixi...

dei Rita Valentina Erdas

Il territorio

È prevalentemente collinare, caratterizzato dalla compresenza di strati calcarei, argille, arenarie a cui si sono sovrapposti strati di tufi e trachiti. La presenza di sorgenti e fitti boschi di macchia mediterranea ricchi di selvaggina ha favorito la nascita di insediamenti umani già a partire dal Neolitico. Nella parte meridionale del territorio di Villa Sant’Antonio è presente una piana solcata da alcuni rigagnoli in cui si distinguono dei bassi affioramenti di roccia tufacea e trachitica. All’interno del territorio comunale sono stati individuate ben 35 domus de janas nelle località Is Forrus, Funtana Caberis e Genna Salixi; sono presenti anche 8 nuraghi.

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Le Domus de Janas

Fin dall’Ottocento erano note in Sardegna le grotticelle artificiali di tipo collettivo, comunemente chiamate Domus de Janas, le “case di fate”, personaggi fantastici della tradizione popolare sarda. Da un recente censimento è emerso che in Sardegna sono presenti circa 3500 domus de janas distribuite in tutto il territorio isolano, con prevalenza nella zona centro-occidentale, come tombe singole o raggruppate in necropoli. Le domus de Janas sono tombe collettive realizzate in un periodo di passaggio tra la cultura Bonuighinu e la cultura di Ozieri, denominata cultura di San Ciriaco (tra il 3400 e il 3200 a.C.) e furono utilizzate per un lungo arco di tempo, alcune per oltre un millennio. Questo periodo di utilizzo così lungo indica il valore identitario delle comunità che le avevano realizzate e utilizzate. Furono poi riutilizzate in epoca romana e fino all’epoca recente, come sepolture e ricoveri per animali, tanto che alcuni studiosi ritennero per diverso tempo che si trattasse di tombe di epoca romana o tardoantica. Queste tombe sono state scavate nella roccia con strumenti come picconi, martelli e mazzuoli, che al termine del lavoro venivano lasciati all’interno della tomba, accanto al defunto, come a significare che anche gli strumenti utilizzati per la realizzazione di un luogo sacro, come la dimora del defunto, divenivano essi stessi oggetti sacri. L’accesso alle domus avveniva da un pozzetto verticale o da un corridoio di accesso a cielo aperto o chiuso, realizzato su un piano verticale. Nel primo caso si tratta di una sepoltura volutamente non visibile per l’esigenza sia di nasconderla e proteggerla da eventuali profanatori sia di mantenere intimo il rapporto vivo-defunto. Nel secondo caso, invece, si ha la volontà contraria, cioè di rendere visibile e di estendere a tutta la comunità il culto stesso. Le domus de janas sono costituite da un ingresso che porta ad una “anticella” da cui si accede alla cella di sepoltura vera e propria e da questa alle celle secondarie scavate in un secondo momento. Sia nell’ingresso che all’interno delle celle è possibile trovare decorazioni scoltipe, incise o pitturate: si tratta prevalentemente di motivi a forma di corna (protomi taurine), figure geometriche e antropomorfe. L’utilizzo della figura corniforme è rapportato ai bovini, allevati in epoca neolitica ed utilizzati per svariati scopi quotidiani (alimentazione, vestiario, utensili), per il trasporto e l’agricoltura. Il bovino assume il significato rituale di ricchezza, forza e, soprattutto, fecondità e continuità del gruppo di fronte alla morte. Un aspetto interessante che riguarda le domus de janas è la presenza in alcune di decorazioni che ripropongono gli elementi architettonici delle abitazioni: soffitti a doppio o unico spiovente, a semicerchio, colonne, pilastri, zoccoli, banconi, nicchie, tavoli e focolari. La centralità della casa nell’ideologia collettiva viene riproposta dalle tombe, quali dimore dei morti.

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Le Domus de Janas di Genna Salixi

La necropoli di Genna Salixi (=porta del salice) o Genna Apis (=porta delle api) si trova a sud dell’abitato di Villa Sant’Antonio, a circa 1 km di distanza, nelle vicinanze del nuraghe Caiu, ed è costituita da 14 ipogei, considerata tra le più belle della Sardegna per l'architettura particolarmente progredita. Di queste domus, 12 sono aperte sul fianco di una collina di roccia trachitica che si affaccia sulla valle formata dal rio Flumini Imbessu, le altre sono scavate su piccoli rialzi dirimpetto alle prime. Le domus sono del tipo a sviluppo longitudinale con dromos d’accesso e ingresso orientato da est a sud. In sei di queste domus è presente l’anticella che immette alla cella. Solo in due tombe è presente una seconda cella. I corridoi di accesso alle domus hanno forma rettangolare o trapezoidale e hanno lunghezza che va dai 3,50 m ai 5,70 m e larghezza da 1,70 m a 2,40 m. Le celle hanno forma varia, rettangolare, quadrangolare, rotondeggiante o ellittica, con volte piane. Nelle pareti delle camere sono presenti nicchie, in una si trova una mensola per la deposizione di offerte in onore delle divinità o dei defunti. Nello stesso basamento roccioso in cui si trova la maggior parte delle domus è presente un elemento, la cui funzione non è ancora chiara. Si tratta di una vaschetta rettangolare circondata da un solco ovoidale, da cui parte una larga canaletta di scolo: potrebbe trattarsi di un contenitore utilizzato durante i rituali funebri o, più probabilmente si tratta di un palmento, vasche scavate nella roccia utilizzate per la pigiatura dell’uva o la fermentazione del mosto. Non esistendo dati di scavo che permettano una datazione precisa delle domus, dal confronto con altri contesti simili si può supporre una appartenenza al Neolitico Recente, con rifacimenti nella successiva età del Bronzo.

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Con le domus de janas di Genna Salixi termina la prima parte della rubrica, tutta dedicata ai tesori di archeologia custoditi nei diversi territori che compongono la nostra diocesi, a testimonianza della maestria dell’antico popolo sardo e dell’ingegno dei Romani che conquistarono la nostra Isola lasciandoci splendidi esempi di architettura e ingegneria. La seconda parte sarà dedicata ad un altro aspetto che caratterizza la nostra isola: le chiese campestri, splendidi esempi di architettura e di devozione.

Glossario

Neolitico

Il termine indica un periodo che si colloca in Sardegna tra il 6000 a. C. e il 2800 a. C., caratterizzato da due importanti innovazioni: il sistema agropastorale e la scoperta della ceramica. Si divide in: Antico (6000-4000 a.C.), caratterizzato da una produzione ceramica detta cardiale e dalle abitazioni costituite da grotte o ripari sotto roccia. In questo periodo si sviluppa lo sfruttamento dell’ossidiana per la realizzazione di diversi tipi di manufatti, diffusi in tutta l’isola e commerciati anche con popolazioni extraisolane. Medio (4000-3400 a.C.), lla fase in cui nasce la cultura di Bonu Ighinu, dal nome del sito in cui vennero rinvenute le prime testimonianze, costituite da vasi e ciotole con anse zoomorfe o antropomorfe, superfici lucide di colore scuro, decorate a incisione o impressione. Le tombe sono a grotticella e i defunti sono accompagnati da corredi funebri, tra cui le statuette di dea madre con forme femminili molto accentuate. Recente (3400-3200 a.C.). Il contesto cultutale in questa fase è molto complesso. Alcuni studiosi la indicano come facies, altri come cultura di San Ciriaco, dall’omonima località in territorio di Terralba. In questa fase vengono scavate le prime domus de janas, le tombe a circolo megalitico e i primi dolmen e menhir. Finale (3200-2800 a.C.). È la fase caratterizzata dalla cultura di San Michele di Ozieri, una delle culture più importanti della Sardegna, la prima che si diffonde in tutta l’Isola. I villaggi crescono in numero ed estensione e le tipologie di tombe si diversificano: alle domus de janas si aggiungono le allées couvertes (da cui poi scaturiranno le successive tombe dei giganti). La dea madre assume forme stilizzate denominate a croce e la ceramica presenta ricche decorazioni a festoni, spirali e figure umane.

Dromos

È un corridoio a cielo aperto, scavato nella roccia o nel terreno, che dà accesso ad una sepoltura. È un elemento diffuso in Sardegna nelle domus de janas e nell’architettura micenea.

Photo credits: www.flickr.com, www.proviamoaviaggiare.it, www.2343ec78a04c6ea9d80806345d31fd78-gdprlock/archeofoto, www.donnanuragica.com

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