Martedì, 30 Giugno 2026

L'arte di Domenico Cubeddu: le statue di ceramica parlano

 

Gli errori mi sono molto cari, ti insegnano tante cose. Quando chiedo a Domenico Cubeddu, artista, artigiano e ceramista originario di Seneghe, di parlarmi della scuola, mi risponde d’istinto così. La sua volontà è quella di sottolineare subito l’importanza di poter e dover sbagliare, come atto necessario che ti conduce a nuove realtà di sé stessi.

di Antonello Carboni


Gli rivolgo subito alcune domande sulle sue scelte artistiche, mentre visito, curioso, il suo affascinante laboratorio tra forni, argille, torni e ceramiche. In quel piccolo cortile di fronte, recintato da muretti a secco, si svolgono anche alcuni incontri del Settembre dei poeti, mi spiega Domenico mentre si accorge che sono rapito dai luoghi.

Che distribuzione hanno i tuoi pezzi?

Una volta che ho prodotto un numero sufficiente di pezzi faccio il giro dei commercianti con i quali ho un rapporto diretto, li distribuisco io stesso. Vado soprattutto nel nord Sardegna, nei negozi di artigianato a Olbia, San Pantaleo, Isola Rossa, ma vado anche a Cagliari. Mi diverto.

All’interno della tua produzione ci sono pezzi molto richiesti dal mercato, i balentes per esempio. Ci riveli l’idea che ti ha portato a concepirli?

Intanto non li ho chiamati io Balentes, ma è una trovata dei commercianti! Loro sono bravi in questo. Io avevo in mente di riprodurre dapprima i nostri Tenores, abbigliati di tutto punto come i pastori. Successivamente ho cominciato a ricordarmi delle domeniche mattina quando si presentavano nella piazza principale e si mostravano con tutta la loro fierezza, una volta che avevano svolto i compiti primari di mungitura e consegna del latte. Così mi sono ispirato definitivamente alla loro fisionomia.

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I balentes di Domenico Cubeddu


Sbaglio o la loro postura e le loro facce sembrano denotare anche una particolare caratteristica psicologica che hai voluto esprimere?

No, non ti sbagli, perché devi sapere che non ho lo stampo per fargli la testa, quindi ogni volta la realizzo velocemente, da attaccare al corpo, che invece faccio con la tecnica a lastrina per mezzo dello stampo. Penso di ricreare nei loro volti tutto il significato sociale e anche economico di queste figure antropologicamente rilevanti. Per questo ti ritrovi il Balente che ti guarda ironico, oppure quello che ti osserva compiaciuto, o quello un po’ più superbo. Ogni volta scelgo come connotarlo, perché sono tutti pezzi unici, uno diverso dall’altro, e naturalmente tutti fatti a mano e decorati in modo assolutamente diverso e casuale.

Ma quando ti sei accorto di avere una dote naturale per l’arte?

Il primissimo campanello è suonato quando stavo a Selargius, nella scuola di Don Orione. Il parroco di Seneghe aveva suggerito ai miei genitori di mandarmi lì. Così feci la prima media e incontrai un bravissimo docente di educazione artistica. Scoprii così la bellezza dell’arte. L’anno successivo tornai di nuovo a Seneghe.

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Il ceramista Domenico Cubeddu nel suo laboratorio


Quindi, dopo aver concluso le scuole medie qui a Seneghe, ti sei iscritto all’Istituto d’Arte di Oristano?

Esattamente. Ho avuto bravissimi docenti: Usai per la Plastica, Antonio Amore per il Disegno dal vero, Sciannella per la Progettazione, Giorgio Scarpa per il Disegno geometrico, Tedioli per la Formatura, Mattioli per la Decorazione e in laboratorio c’era Antonio Manis.

Ma quando hai deciso esattamente di aprirti il tuo laboratorio? Appena conclusi gli studi?

No, purtroppo no. Prima ho fatto di tutto: il manovale, il muratore, il lavapiatti, il responsabile di Sala. Non ho lasciato subito la Sardegna perché ho mantenuto un rapporto con alcuni docenti. Ho conosciuto, per esempio, anche Peppetto Pau, che veniva spesso qui a Seneghe. Ma poi sono partito definitivamente in giro per l’alta Italia a lavorare.

E oggi?

Oggi ho un figliodi undici anni, che se deciderà di dedicarsi alla ceramica e saprà essere un bravo torniante avrà il pane per tutta la vita.


 

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