Dall’inquietudine alla foresta: la chiamata oltre ogni confine
di Cristiana Meloni
Mi sono rotto la gamba in un incidente in moto. Sono rimasto paralizzato tre mesi a letto, senza poter fare nulla. In quel periodo ho capito cosa significhi soffrire, ma anche avere qualcuno che si prende cura di te. A scandire le mie giornate un libro: La città della gioia, di Dominique Lapierre. Il racconto di quel giovane medico americano, che lascia tutto e trova la felicità nel vivere il Vangelo tra gli ultimi nelle bidonville di Calcutta, ha acceso un fuoco dentro di me.
A parlare è fra Paolo Maria Braghini, frate cappuccino, nato nel 1975 a Sesona, nel Varesotto. Da oltre vent’anni è missionario nell’Alto Solimões, una remota regione dell’Amazzonia brasiliana, al confine con Perù e Colombia. La mia vocazione è un dono di Dio, racconta con semplicità, un dono per cui ringrazio ogni giorno, rinnovando il mio sì. Fin da bambino, Paolo riceve un’educazione cristiana, soprattutto dalla madre, donna di grande devozione mariana: ho sempre sentito Maria al mio fianco, fin da ragazzo. Ancora oggi, cammina con me.
Negli anni del liceo vive una giovinezza intensa, segnata da amicizie, sport, incontri. Si innamora di Michela e insieme condividono quattro anni di fidanzamento. Il loro cammino sembra indirizzato verso il matrimonio. Un pellegrinaggio a Lourdes, organizzato dalla famiglia di lei, avrebbe dovuto suggellare quel progetto con una benedizione. Ma proprio lì, davanti alla Grotta, tutto cambia. Da qualche tempo, Paolo porta dentro di sé un’inquietudine crescente, una domanda che non gli dà pace. Fa fatica a dormire, sente che qualcosa lo sta chiamando oltre la vita che aveva immaginato. Una notte, alle due, sono andato a pregare davanti al luogo delle apparizioni. Ho chiesto luce e conforto. Nel cuore, una voce interiore limpida e decisa mi ha detto: Lascia tutto e seguimi! A sentire quelle parole, Paolo inizia a piangere. La lettura del libro di Lapierre lo aveva preparato inconsapevolmente a quel momento: faceva volontariato, si prendeva cura dei suoi nonni ed era più presente in famiglia. Michela lo accompagnava e partecipava con lui ai vari incontri che preparavano famiglie e coppie di sposi alla missione.
Ma dentro di Paolo stava maturando un’intuizione sempre più forte e radicale: avevo bisogno di dare tutto a Dio e ai poveri. Trascorre ancora un po’ di tempo prima che scelga di indossare l’abito di Francesco d’Assisi e di entrare in convento, dove inizia un cammino che lo porterà nel lontano Brasile. Noi frati cappuccini dell’Umbria abbiamo ricevuto il dono della missione più di cento anni fa, nel 1909, spiega fra Paolo. La diocesi dell’Alto Solimões, dove operiamo, è una tra le più complesse al mondo: molte etnie e lingue diverse, enormi distanze, malattie tropicali e un forte isolamento. In questo contesto fragile, i giovani sono una priorità, sempre più vittime di alcolismo e droga. Tra le maggiori sfide sottolineate, la globalizzazione e Internet rischiano di far perdere la ricchezza e la bellezza delle diversità culturali, in nome di una nociva omologazione. Noi non esistiamo, affermano le popolazioni locali, quando approcciandosi all’universo digitale non si riconoscono.
In tal senso, il processo di inculturazione è fondamentale per rispettare e valorizzare le tradizioni e i riti: solo così la Chiesa, anche in Italia, può diventare una casa accogliente per tutti: celebrando la comunione nella diversità. La presenza incarnata dai cappuccini, che vivono accanto a queste comunità, è un forte segno di speranza: siamo vicini ai poveri, in noi trovano fratelli e sorelle. Viviamo con loro, nessuno si sente abbandonato. Siamo testimoni che il Signore Gesù, con il suo amore e con il suo Spirito, è lì con loro. Credo che sia questo il merito più grande della Chiesa missionaria. La testimonianza di fra Paolo ci ricorda, allora, che tutti siamo chiamati a essere missionari in virtù del nostro battesimo.
In Amazzonia, durante la pandemia, furono i Ticuna a prendersi cura dei frati, portando ogni giorno cibo e conforto con fiducia serena, più forte della paura: non furono loro a essere evangelizzati, ma noi. Perché la missione è sempre un incontro: non si va solo per donare, ma anche per ricevere, per lasciarsi convertire. Tutto questo è opera dello Spirito perché Lui è il vero protagonista della missione, che agisce attraverso di noi: lì dove io sono, lì dove tu sei.