Più volte abbiamo ospitato nelle pagine de L’Arborense persone della nostra terra che si sono distinte per testimonianze di vita capaci di suscitare tanta ammirazione.
Quegli incontri fatti nelle nostre pagine sono stati occasione per capire che anche dentro le fatiche dell’oggi, dentro situazioni buie e di sconforto, ci sono anche uomini e donne che sanno affrontare la vita con generosità e altruismo costruendo ponti di speranza. Questa settimana abbiamo incontrato Enrica e Daniele, entrambi del 1982, sposi dal 2012. Lei è di Villaurbana, lui di Cagliari. Enrica lavora in una libreria, Daniele è manager in un’azienda di software. Solo da poche settimane sono rientrati dalla Cambogia dove, insieme, hanno vissuto un’esperienza di volontariato di tre mesi in cui hanno toccato con mano la povertà e, attraverso essa, ne hanno fatto un’opportunità di crescita per la loro vita, sia personale che di coppia.

Potete descriverci in breve, a mo’ di cronaca, dove e in cosa eravate impegnati?
Abbiamo partecipato a due progetti di volontariato con due associazioni diverse, entrambi a Phnom Penh, ma in zone differenti della città. Daniele lavorava in una scuola elementare, dove insegnava coding ai bambini, in un’aula di informatica creata proprio per questo progetto e allestita con computer usati, donati e formattati dall’azienda per cui lavora. Io, invece, ero impegnata con un’associazione che si prende cura di bambini che abitano nelle baraccopoli e vivono in condizioni di estrema povertà. Lì veniva garantito loro almeno un pasto sano al giorno, oltre a offrire assistenza generale, come il taglio dei capelli e la possibilità di fare la doccia. Erano due realtà diverse, ma entrambe profondamente coinvolgenti, che ci hanno permesso di entrare in contatto diretto con la quotidianità e i bisogni reali di molte persone.
Come siete arrivati a prendere questa decisione di partire?
Era da tempo che sentivamo il desiderio di fare un’esperienza di vita insieme, ma soprattutto di fare qualcosa che non fosse solo per noi. Volevamo metterci a disposizione, uscire dalla nostra quotidianità e confrontarci con una realtà completamente diversa. Il caso, o forse il momento giusto, ha fatto il resto: una persona che conosciamo aveva da poco fondato un’associazione in Cambogia, Avintavè, e ci ha parlato dei progetti attivi a Phnom Penh. Abbiamo colto al volo l’occasione per trasformare quel desiderio in qualcosa di concreto. E così è iniziato tutto.
Avete vissuto ciò che vi aspettavate o tutto è andato oltre la vostra immaginazione?
Sapevamo che realtà come questa esistono. Le vediamo ogni giorno in tv, nei video delle associazioni, nei post sui social. Ma sono immagini che scorrono veloci, che durano pochi secondi. E nell’epoca della velocità, raramente ci fermiamo davvero a guardare. Solo vivendo questa esperienza in prima persona abbiamo capito cosa significhi davvero. Ci aspettavamo la povertà, sì, o almeno quella che può immaginarsi una persona cresciuta in un contesto privilegiato come il nostro. Ma la realtà che abbiamo trovato ci ha colpito molto più duramente. All’inizio ci ha scioccato, ci ha fatto dubitare di riuscire a resistere tre mesi in quelle condizioni. Ci ha strappati senza pietà fuori dalla nostra comfort zone. E poi ci ha aperto gli occhi. Su quanto siamo fortunati semplicemente per essere nati dove siamo nati. Su quanto, spesso, diamo tutto per scontato. Abbiamo pensato ai nostri armadi pieni, alle comodità quotidiane, ai bambini occidentali circondati da oggetti e attività, sempre occupati, sempre stimolati. E ci siamo chiesti se non ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui viviamo.

Cosa più ha rallegrato il vostro cuore e dove avete avuto gratificazione? Quale invece la sofferenza più grande?
La sofferenza più grande è stata quella di sentirci, a tratti, impotenti. Avevamo un forte desiderio di fare la differenza, di lasciare un segno concreto… e invece ci siamo spesso sentiti piccoli, quasi irrilevanti. Due gocce in un oceano di bisogno. È difficile accettare che la buona volontà, da sola, non basta sempre. Ma, allo stesso tempo, proprio in mezzo a quella fragilità, abbiamo trovato la gratificazione più grande. I sorrisi sinceri degli sconosciuti, la gentilezza delle persone che ci hanno accolto con curiosità e calore, l’affetto spontaneo dei bambini con cui abbiamo condiviso parte delle nostre giornate: tutto questo ci ha toccati profondamente. La verità è che quello che abbiamo ricevuto è stato infinitamente più grande di ciò che siamo riusciti a dare. E questo, forse, è stato il dono più prezioso di tutta l’esperienza.
Cosa noi non sappiamo di quel mondo e cosa invece dovremmo sapere?
Il nostro primo giorno a Phnom Penh abbiamo visitato il museo del genocidio. È stata un’esperienza sconvolgente, che ci ha lasciati in silenzio per ore. Camminare tra quelle mura, ascoltare le storie, vedere i volti delle vittime ci ha fatto riflettere profondamente su quanto l’essere umano possa essere capace di atrocità… ma anche di resilienza. Il genocidio perpetrato dai Khmer rossi è ancora una ferita aperta in questo Paese che fa fatica a rialzarsi. In quegli anni bui, almeno un quarto della popolazione è stato sterminato: bastava portare gli occhiali per essere considerati intellettuali e quindi torturati e uccisi. Sono stati eliminati insegnanti, medici, artisti, chiunque rappresentasse conoscenza, cultura o legame col passato. L’obiettivo era azzerare tutto. E, in parte, ci sono riusciti. Oggi il Paese è giovanissimo, ma porta addosso il peso di un’intera generazione che non ha potuto studiare. Molti adulti non sanno né leggere né scrivere, semplicemente perché, dopo la guerra, non era rimasto nessuno a insegnare. Nel nostro lavoro di volontariato ci siamo resi conto che non tutti gli aiuti sono efficaci o graditi. Ciò di cui c’è più bisogno è formazione: trasmissione di competenze tecniche, educazione, possibilità reali per le nuove generazioni.
Cosa ha dato questa esperienza alla vita di coppia? La rifareste?
Senza dubbio è un’esperienza che rifaremmo. È stata intensa, piena di emozioni, di sfide e di scoperte. Vivere insieme qualcosa di così forte ti mette davanti a tutto: alla bellezza, alla fatica, ai tuoi limiti e anche a quelli dell’altro. Non è sempre stato facile, ma è proprio questo che rende tutto così vero. Un viaggio così, al di là di quello che dà sul piano umano e personale, ti mette alla prova anche come individui. È stata una scuola di vita, di umanità e anche di amore. E il bello è che, anche una volta tornati, continua a lavorare dentro di noi. Se c’è una lezione che ci portiamo a casa, è questa: anche nella bruttezza più evidente, c’è spazio per la bellezza, anche nella realtà più dura, qualcosa di buono riesce a fiorire. C’è sempre un seme di bene nel male, così come, purtroppo, talvolta anche il bene porta con sé un’ombra. La speranza più grande è che, nel bilancio finale, sia il bene ad avere la meglio.