Lorenzo Moscon, laureato (con lode) in Scienze Linguistiche all’Università Cattolica di Milano, è stato uno dei quattro disabili ammessi a intervenire, come amici curiae, nel giudizio innanzi alla Corte Costituzionale sulla questione di incostituzionalità dell’art. 580 c.p. (aiuto di istigazione al suicidio): abbiamo avuto il piacere di avere uno scambio con lui proprio su questa tematica.
* di Fabrizio Sanna
Come consideri, da persona con disabilità, la possibilità di poter accedere al suicidio assistito?
L’introduzione del suicidio assistito per un disabile, lungi dal rappresentare una soluzione dignitosa alla dolorosa condizione, apre a prospettive drammatiche e problematiche. Perché, prima di tutto, può dare luogo a tentazioni emulative. Poi perché la volontà del singolo non può essere considerata legge dello Stato; se lo fosse, ciò costituirebbe un problema: la legge, come sappiamo, è il grande pedagogo. E, ancora, come abbiamo visto in altre nazioni, l’introduzione del suicidio assistito è servita come premessa per chiedere una legge sull’eutanasia; questo tipo di norme conducono a un pendio scivoloso: si pensi che una norma sull’eutanasia è stata introdotta in Olanda nel 2004 e oggi si è arrivati addirittura ad adottarla nei confronti di persone affette da demenza e depressione. Il mio timore è che, poiché la condizione di malattia fa parte dell’umano, tutti un giorno potremo giungere, a causa di questa, a perdere la capacità di esprimerci: pertanto chiunque, un medico, un giudice, un tutore legale o chi abbia una qualunque autorità su di noi, potrebbe decidere persino contro la nostra volontà di ricorrere ad atti eutanasici. Io ho 31 anni e sono affetto dalla nascita da triplegia spastica, una patologia che non consente il pieno utilizzo di tre arti, i due inferiori e uno di quelli superiori: non sono autosufficiente e vengo aiutato sempre in qualunque forma di compimento degli atti quotidiani. La mia giornata inizia sdraiato in un letto: questo mi consente di comprendere tutte quelle persone che sono costrette a vivere allettate. In quello stato ci si sente vulnerabili: questo, insieme alla consapevolezza che qualcuno potrebbe decidere senza il nostro consenso, è il motivo primo del mio impegno contro questo tipo di pratiche.
Se il suicidio assistito non è una soluzione buona, quale secondo te potrebbe esserlo nei casi di malattia inguaribile e sofferenza grave?
Poiché sono la sofferenza e il dolore che inducono a chiedere la morte, come soluzione ai patimenti non più tollerabili, occorre agire sul dolore adottando le misure volte ad alleviarlo o eliminarlo e gestire i sintomi. Sottolineerei tre aspetti fondamentali: applicare davvero le cure palliative già previste dalla l. 38/2010 in gran parte inattuata: le Regioni devono quanto prima provvedere a soddisfare la richiesta di cure palliative sul territorio, e invece rispondono offrendo la soluzione eutanasica. Poi, è molto importante la qualità delle relazioni amicali e familiari che costruiamo durante la vita: la compagnia delle persone care ci ricorda che abbiamo una dignità, ovvero una preziosità incommensurabile che è propria di ogni essere umano per il fatto che esiste, indipendentemente dagli atti di qualsiasi natura che sia in grado di compiere. Infine, in caso di persona autocosciente è opportuno dare un senso al quotidiano: trovare qualcosa che ci aiuti a impegnare attivamente il tempo.
Permettere alle persone di scegliere se continuare a vivere o morire non dovrebbe essere garantito? A ognuno non dovrebbe spettare il diritto di disporre del suo corpo e della sua vita come meglio crede?
Considerare il suicidio assistito un diritto, poiché a ogni diritto corrisponde un dovere, significa che al diritto di ottenere l’aiuto a morire corrisponderebbe il dovere di qualcun altro, il medico, di procurare la morte del soggetto. Ma non si può obbligare nessuno a cooperare alla morte di qualcuno. Culturalmente introdurre come legge dello Stato questo tipo di pratiche, sarebbe come affermare che chi versa in condizioni di salute compromessa o di disabilità, ha una vita meno preziosa di chi è sano; mentre il compito principale di uno Stato è quello di tutelare tutti i cittadini a prescindere dalla loro condizione; anzi, tanto più essa è fragile, tanto maggiore deve essere la tutela.
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