Sarà un’estate particolare per Chiara Miscali, 21 anni, di Ardauli, che recentemente è stata nominata tra i cinque finalisti del concorso letterario Campiello giovani tra i più conosciuti a livello nazionale. Un paio di mesi di trepidazione perché poi a settembre, a Venezia, il gran finale del prestigioso concorso. L’abbiamo raggiunta telefonicamente per rivolgerle alcune domande e sentire, in viva voce, il suo stato d’animo.
Per iniziare raccontaci un po’ di te… Cosa fai oggi?
Dopo il diploma al liceo scientifico di Ghilarza ho scelto di proseguire gli studi in Giurisprudenza, a Sassari. È stata una scelta orientata a una prospettiva lavorativa futura, che ho pensato potesse combinare interessi e inclinazioni personali; e a oggi posso dire di aver scoperto nel diritto un universo inaspettato che a tratti è capace anche di avvicinarsi all’arte, in una sua inusuale declinazione, non distante da quella che tanto mi è cara: l’arte della parola.
Come è nata la tua passione da scrittrice e come l’hai coltivata?
Non so dire esattamente come sia nata, c’è sempre stata. È un’intenzione, una necessità, un’inclinazione che all’atto del continuo ma mai sforzato esercizio, si fa passione. Ed è così che la coltivo: nell’impellenza di dire e di raccontare, scrivo.
Una battuta per ogni tuo libro già scritto: quanti già nel tuo curriculum?
Pubblicati, uno, nel 2022, Via del Glicine, per la Zattera edizioni. Tanti, invece, i racconti. Storie molto diverse, che forse, da ultimo, trovano l’ambientazione come elemento comune: i posti in cui sono nata e cresciuta, non nella loro fisicità, quanto, credo, nel loro tipo ideale. È con il racconto Pettegolezzi assassini che son stata semifinalista al premio Campiello giovani nel 2021 e finalista nel 2023 con La a 440 hertz. Sempre 2021 sono stata vincitrice del premio Scarbanenco con il racconto Vacanze sarde e con altri due diversi racconti sono arrivata rispettivamente terza e quarta nel 2022 e nel 2023 al premio Chiara Giovani.
Al Campiello Giovani dunque ci ritorni. Evidentemente non fu estemporanea quella finale: che significato ha questa riconferma?
Tanto, tantissimo. Più di tutto, ancora e di nuovo, è un sogno che si avvera. È la possibilità di vivere la letteratura come altrimenti alla mia età sarebbe difficilissimo fare, è una favola densa di cultura, di scambio reciproco di idee e gusti, esperienze e capacità, è la possibilità di conoscere ragazzi con le stesse passioni, e donne e uomini che di quelle passioni ne hanno fatto storia di vita.
Ti sei presentata con Fa male il mare d’inverno. Ci descrivi brevemente questo tuo racconto?
È la storia metaforica di un ragazzo che si tuffa in mare per allontanare da sé la realtà, al quale si intrecciano altre due storie, quella del nonno, del suo essere immigrato prima e straniero in patria poi; quella di Silvano, che non è mai andato via ma è tutta la vita che vorrebbe farlo e non ne ha il coraggio; e quella di Osso di Seppia, una bambina zitta e scura arrivata nella costa per mare: è il racconto dei suoi compagni di viaggio, di tutti quanti, anche quelli dimenticati.
C’è già qualcosa di nuovo in cantiere? Dove vorresti arrivare?
C’è sempre qualcosa di nuovo, per ora forse ancora incompleto, però. D’altra parte non ho un qualcosa a cui voler arrivare, quando scrivo, se non forse a una certa musicalità di significato e significante, ma tutto ciò che di materiale c’è nelle dinamiche della scrittura, viene dopo, quando la storia può dirsi completamente finita.
Ti chiediamo un’ultima battuta sul futuro del Libro: come si districherà in un mondo che va verso l’Intelligenza artificiale, una comunicazione in formato social basata su immagini e poche righe?
Credo che sia difficile che la narrativa nel suo senso più puro venga a poter essere sostituita con qualcosa che non sia la sensibilità dell’umano. La letteratura è sensibilità e stile, ma lo stile stesso credo sia il portato di una certa sensibilità, personalissima ed esperienziale, sfaccettata, emozionale, perturbante, cosciente. Valutazioni, queste, che una intelligenza artificiale non può fare, o che, ove le faccia, non saranno mai in grado di restituire l’emozionalità di cui solo un essere umano è capace. Forse si tratterebbe, appunto, solo di comunicazione. Cosa ben diversa dalla letteratura, dalla narrazione, io credo. Nella comunicazione mi sembra stia quasi il portato di una immediatezza superficiale, non in senso negativo, ma in quello più proprio del termine, e nella letteratura, invece, ci trovo il portato di una profondità complessa e intransigente, meno analitica, più faticosa.