di Laura Mastinu
Ma cosa vuol dire per un giovane compiere 18 anni e diventare maggiorenne? I 18 anni rappresentano una svolta, un traguardo atteso con ansia. Comincia un nuovo capitolo della vita denso di cambiamenti e novità, un’attesa e conquistata indipendenza che implica una buona dose di responsabilità con cui imparare a convivere. Nei nostri piccoli centri di provincia sopravvive ancora l’antica usanza di festeggiare la raggiunta maturità attraverso momenti di aggregazione gioiosi che coinvolgono ragazzi e ragazze. In diverse regioni italiane questa tradizione prende il nome di festa dei coscritti. Coscritto significa infatti “soldato di leva appena arruolato”; in latino conscribere ha il significato preciso di iscrivere in una lista. Nata nella seconda metà dell’Ottocento, quando con l’unità d’Italia i maggiorenni erano costretti a prestare servizio militare nel Regio Esercito, rappresentava un rito di passaggio all’età adulta, una tappa per entrare di diritto nella società civile. Dopo la visita di leva, che valutava se erano abili o non abili, i giovani cominciavano a radunarsi, riprendendo i contatti anche con chi si era trasferito altrove. Una rimpatriata, ma anche un’occasione per riallacciare i rapporti perduti. Negli anni alcune cose sono cambiate; la facilità di accesso a risorse e opportunità per la donna ha fatto sì che alla festa di leva partecipino anche le ragazze. Ogni classe di leva organizza la festa per la raggiunta maggiore età. Nei nostri paesi questo momento si caratterizza per aspetti differenti a seconda della zona, con usanze che spesso si legano a festività, come nel Guilcer dove i diciottenni, accompagnati da parenti e amici, il giorno dell’Epifania tagliano nelle campagne circostanti sa tuva, il grosso albero cavo che verrà acceso la vigilia di Sant’Antonio. Il rituale dà inizio ai divertimenti. In alcuni paesi si apre con serate in cui si balla fino all’alba, in spazi ampi per il gran numero di giovani che vengono invitati anche dai paesi vicini. A Seneghe resiste un antico rituale che vede un passaggio di consegne, dall’ultima Leva alla nuova, dello stendardo di Sant’Antonio e insieme alle famiglie ci si reca in chiesa per una messa celebrata per l’occasione. Tutti insieme poi raccolgono la legna per su foghilone, che verrà acceso la vigilia di San Sebastiano, aprendo così anche i festeggiamenti per il Carnevale. Anche nel limitrofo borgo di Bonarcado, la raccolta della legna per il falò in onore a San Sebastiano viene fatta dai diciottenni; una lunga sfilata di carri carichi di legna e di persone percorre le vie principali del paese a suon di musica per offrire buon vino da offrire. Coinvolgono l’intera comunità in un momento di festa e mantengono viva una tradizione che negli anni sembra essersi consolidata. A Milis, come in altri paesi, era usanza uscire la sera per le vie del paese, “a scrivere”: le strade diventavano vere e proprie lavagne nere su cui lasciare messaggi, frasi in rima, citazioni di canzoni note, richiami particolari alla vita dei “levai”. C’era poi l’attesa consegna delle medaglie con inciso l’anno della maturità; un momento di grande considerazione per le ragazze che attendevano in casa con i genitori l’arrivo dei coetanei, una giornata speciale per i ragazzi accompagnata sempre dal momento conviviale del lauto pranzo bagnato con buona vernaccia. Usanze non più presenti, ma il desiderio di incontrarsi per la festa di leva è comunque sempre vivo anche nelle nuove generazioni. Per i ragazzi di città forse non è semplice capire questa tradizione, “irrinunciabile” per i coetanei dei piccoli paesi. Conoscersi tutti, da sempre, dagli anni dell’asilo, dell’infanzia, dell’adolescenza, dei pomeriggi al catechismo, della scuola, delle feste paesane, è un valore aggiunto che porta quasi a suggellare e consolidare una condivisione affettiva e sociale che dura nel tempo. Storie che fanno parte del bagaglio culturale di una comunità. Essendo notevolmente diminuito il tasso di natalità negli ultimi anni, è chiaro che nei paesi gli appartenenti alla stessa classe di leva sono pochi ma, nonostante ciò, la tradizione viene portata avanti, sempre per lo spirito comunitario e la voglia di stare insieme a condividere ricordi e progetti futuri. Per rispondere quindi alla domanda: che cosa vuol dire per un giovane oggi compiere diciott’anni e diventare maggiorenne? Riporto un passo di una lettera che l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha scritto ai nati nel 1999 e nel 2000: Auguro che per tutti sia una festa: la festa di essere vivi, la festa di essere giovani, la festa della responsabilità. Anche se non per tutti la vita è stata facile in questi vostri 18 anni, anche se molti hanno già attraversato dure prove per motivi di salute, per relazioni tempestose con i genitori o con esperienze affettive, per problemi economici o di inserimento negli ambienti della scuola, dei coetanei; tuttavia la grazia della vita rimane il dono inestimabile. La festa per i 18 anni è anzitutto occasione di gratitudine. Vorrei che per tutti il compimento dei 18 anni fosse una festa: nessuno si lasci convincere da quelli che dicono che non c’è niente da festeggiare! La festa che propongo, la festa alla quale invito è quella che celebra la bellezza della vita e si assume la responsabilità di renderla bella, per sé e per gli altri.