Mercoledì, 24 Aprile 2019

Progetto1

La clamorosa protesta dei pastori sardi per portare all’attenzione dell’opinione pubblica isolana e nazionale le drammatiche conseguenze causate dal crollo del prezzo del latte ovino ha avuto una eco mediatica vastissima, suscitando un sentimento di forte solidarietà...

a cura di Danilo Littarru

Decido di incontrare Felice Floris, desulese doc, sempre in prima linea a difendere le cause dei pastori sardi, per capire meglio le problematiche del mondo pastorale e le cause della protesta.

Decimo di nove fratelli, famiglia originaria di Desulo, è il leader storico del Movimento dei Pastori Sardi, creato agli inizi degli anni ’90.

Felice, da giovanissimo, si è spostato con la famiglia di origine a svernare con il gregge nelle pianure del Sulcis, ma non ha mai dimenticato le sue radici. Quando il lavoro lo consente, torna spesso nel suo paese natio, dove ha parenti e tanti amici.

Partiamo da lontano. Ricordi le prime esperienze nei pascoli? Da quanti anni fai il pastore?

Ho iniziato da giovanissimo, anche mio padre faceva lo stesso lavoro, faticoso, ma bello. Sono 34 anni che faccio il pastore, è un lavoro duro ma dà tante soddisfazioni.

A distanza di 34 anni, rifaresti questo lavoro?

Sono innamorato del mio lavoro, mi piace… Certo che lo rifarei, io posso dire più di altri che lo rifarei perché ho fatto anche altro. Lo rifarei perché mi appassiona, nonostante non dia grandi soddisfazioni economiche e ci siano sempre malumori. È una vita faticosa, devi averlo nel DNA; noi sardi in generale ce l’abbiamo, in particolare i desulesi ce l’hanno ancora di più perché Desulo, come Orune, è un paese con poca terra, addirittura Desulo senza terra, per cui ha messo le sue radici dal nord al sud dell’isola.

A un giovane che vuole iniziare a fare questo lavoro cosa consiglierebbe?

Io ho due figli diplomati che adesso lavorano con me. Avrei voluto che avessero continuato per laurearsi. Mantenere gli studi sarebbe stato meno faticoso. Prima era diverso, oggi la situazione è preoccupante, il futuro è offuscato, vedi qualche spiraglio, ma poi vedi di nuovo il buio. È difficile restare sereni e tranquilli e in questa situazione è difficile consigliare a un figlio di seguire le orme del padre. Un tempo un genitore era orgoglioso se il figlio seguiva le sue orme, ora non più.

Veniamo alla protesta in atto. Quali sono le priorità del settore?

Già in altre interviste ho sottolineato la necessità di distruggere per ricostruire tutto… perché si sono create forme di consociativismo tra cooperative e trasformazione privata, fra struttura pubblica e struttura privata per cui la pastorizia è più appannaggio di personaggi che girano attorno a questo mondo. La figura principale, il pastore, si lecca le ferite e sta sempre peggio. Bisogna che la trasformazione impari a fare filiera, impari ad avere rispetto del pastore, così come la burocrazia. Abbiamo una burocrazia eccezionale. C’è una questione di fondo molto importante che va risolta. Occorre fare sistema e poi soprattutto dare al pastore la possibilità di gestire il suo latte. Oggi tutti ne approfittano perché tutti hanno a disposizione il nostro latte in grande quantità. Se decidessimo di dare il latte con il contagocce, avremmo salvato anche loro da questa schiavitù. Avremmo migliorato anche la trasformazione. Dico sempre che i francesi hanno più o meno il latte che abbiamo noi in Sardegna, però fanno 340 formaggi: l’uomo ci mette del suo, la sua capacità, la sua professionalità. Fra un po’ faranno tutto robotizzato, perché è la cosa più veloce: col formaggio industriale non è pensabile che ci sia una ricchezza aggiunta a quel prodotto. Chi ne paga le conseguenze è sempre il pastore, che resta il più emarginato.

 Tutto quel ben di Dio buttato per terra ha fatto storcere il naso. Era proprio necessaria un’azione così clamorosa?

Sì, è vero, soprattutto fra i prelati della Chiesa qualcuno ha storto il naso, anche se abbiamo sentito la loro solidarietà. Se devi fare una protesta occorre farla forte. Quando la gente è disperata, hai voglia di dirle comportiamoci bene. La gente è arrabbiata, ci hanno messo spalle al muro e ora è arrivato il tempo di reagire. E questo è niente, perché quando uno prende coscienza e butta via il suo prodotto e lo distrugge, e ha la solidarietà della sua gente, ha anche una giustificazione morale. La gente ci ha sostenuto e ci sostiene perché vuole che i pastori continuino la loro battaglia.

Come è andato l’incontro del 17 febbraio circa la bozza di accordo sul tavolo di filiera del latte ovino? C’è stata un’apertura?

No, anzi è un passo indietro. È una proposta già scartata un mese fa al tavolo organizzato dall’assessore regionale dell’Agricoltura. Allora si stava chiudendo sopra i 70 centesimi più Iva e non abbiamo accettato. E senza mettere sul piatto della bilancia i 50 milioni di euro di oggi. Non ci può essere trattativa se non c’è un sistema immediato che porti a una soluzione strutturale, con un minimo garantito per i costi di produzione e non stabilendo il prezzo del latte dopo la vendita. Il valore finale deve essere ancorato a una griglia di prodotti che non preveda solo il Pecorino Romano.

Che cosa vuole dire ai politici che tra una settimana siederanno sui banchi del Consiglio Regionale della Sardegna?

Diciamo loro di osservare i nostri volti, le immagini di questi giorni, la nostra disperazione; immagini diventate virali. Guardateli bene. Stiamo distruggendo qualcosa che probabilmente tutti ci invidiano, abbiamo questa industria verde che è una cosa meravigliosa e, molto probabilmente, quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi, inutile parlare di disastri. E come se avessimo una FIAT, forse anche di più, distribuita in cinquemila metri quadrati, armoniosa con l’ambiente, che produce cose buone, mantenendo vivi i nostri paesi.

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