Giovedì, 19 Luglio 2018

 

Il primo luglio ricorre il cinquantenario della morte di Don Franco Daga, che ricordiamo per la drammaticità del doloroso giorno in cui perse la vita, per gli insegnamenti che anche in quelli ultimi attimi riuscì a lasciarci, ma anche per i suggerimenti e gli esempi propri della sua personalità...

di Michele Congias

Era nato il primo maggio del 1933, dall’umile ambulante Giovanni e da Francesca Daga, una famiglia compatta negli affetti e attaccata al lavoro. Per Francesco l’infanzia segue passo dopo passo i ritmi della scuola e della parrocchia, senza fatti particolarmente straordinari, se non qualche monelleria tipica dei bambini della sua età. Tra gli altri, si segnala un fatto che sembra premonitore del suo avvenire. Già ragazzino e in odore di seminario diocesano, un giorno gli scappò di mano una pietruzza che prese in pieno e fece volare per aria il cappello del viceparroco don Livio Urru, il quale si rivolse al padre del chierichetto con una certa irritazione. Il padre Giovanni, prima di rimproverare il bambino, ebbe un moto di orgoglio istintivo, proprio dell’uomo tanto giusto da apparire ingenuo, e disse al prete:

Calma, Don Livio! Calma! Certamente a Franco darò la lezione che merita, però sappia che un giorno questo ragazzino potrebbe portare il cappello come lei!

Deus t’iscurtet! - rispose don Livio. Sembra che Dio stesse davvero ad ascoltare l’ambulante Giovanni e il prete Livio, perché le cose andarono veramente per quel verso. Franco, in compagnia del vicino di casa Francesco Zanda Junior, frequentò medie e ginnasio nel Seminario Diocesano, poi il liceo, filosofia e teologia nel Seminario Regionale di Cuglieri. L’ordinazione sacerdotale dei due ragazzi di via Giuseppe Zanda fu celebrata solennemente, il 29 giugno 1960, nella parrocchiale di Desulo da mons. Sebastiano Fraghì, assistito con umile e sincero orgoglio dal parroco, don Michele Marotto, e da un grande incontenibile concorso di popolo.

Don Daga1webPrima di arrivare all’ordinazione sacerdotale, Don Franco era maturato seguendo con entusiasmo le iniziative di solidarietà cristiana messe in atto da don Livio in parrocchia subito dopo la II guerra mondiale, e continuate da don Marotto. Le iniziative parrocchiali, realizzate sul campo dai giovani e dalle ragazze dell’Azione Cattolica, se da una parte volgevano a lenire le sofferenze dei malati o degli anziani e a compensare la solitudine delle persone più abbandonate, dall’altra erano orientate a rendere sempre più efficiente l’azione educativa e formativa del Parroco, prestandosi a fornire catechiste preparate ed entusiaste.

Il chierico Franco coglieva al volo l’esempio del parroco e dei suoi giovani, e con tutta naturalezza, informandosi volta per volta da amici e parenti, era solito visitare vecchi, malati, famiglie in difficoltà. Tra le ragazze e i giovani dell’Azione Cattolica era proverbiale la sua amicizia e la familiarità inconsueta con cui frequentava la casa di tiu Pepe Treme e di tia Mariantonia, due poveri ma dignitosi anziani, che il chierico Francesco vedeva e trattava come familiari, tanto che, ogni mattina dopo la messa, per prendere il caffè saliva su per le scale, fino alla cucinotta dei due anziani ricavata al piano superiore. Terminato il corso di teologia, presi gli ordini inferiori, Franco Daga e Fancesco Zanda Junior, furono incardinati nella Archidiocesi Arborense e inviati in missione, il primo a Ghilarza, l’altro a Tonara, ma dopo un anno di servizio nel seminario di Oristano.Don Daga2web

Don Franco Daga era misteriosamente destinato ad affrontare una carriera assai breve. Nominato parroco di Ollastra, poté iniziare a varare il suo progetto missionario: formato fin dagli anni di Seminario e di partecipazione attiva alla vita parrocchiale, si propose di dare esempio di carità andando incontro ai bisogni e alle aspettative della gente. Tra l’altro volle curare con attenzione l’educazione dei giovani e dei ragazzi coinvolgendo anche i genitori. Niente di strano pertanto, se in un’afosa giornata di luglio, il gruppo dei chierichetti della parrocchia gli esposero l’intenzione di andare a fare il bagno nelle acque del Tirso, precisamente nel laghetto creato dalla sbarra di Santa Vittoria, dove si dipartono i canali per l'irrigazione delle terre che si affacciano sulle due rive del fiume. Il parroco e alcuni dei genitori ben volentieri accompagnarono i ragazzi, inconsapevoli che stavano andando incontro a un grosso rischio, creato dal fatto che da anni si era proceduto a estrarre sabbia dalle acque del fiume, scavando profonde buche, di cui alcune neppure ancora individuate. I ragazzi iniziarono le corse in acqua, gli scherzi e le baruffe giocose proprie di bambini che pensano a divertirsi, senza ombra di paura o di preoccupazione alcuna. La tragedia però era in agguato. Uno dei chierichetti, stretto dalle spire di un mulinello delle acque in superficie stagnanti, incominciò ad affannare e a invocare aiuto. Don Franco, senza pensarci due volte, si lanciò in soccorso, subito seguito da uno dei genitori. Don Franco non sapeva nuotare con sicurezza, ma riuscì ugualmente, con l’aiuto del parrocchiano adulto, a strappare il bambino dal pericolo, senza badare che intanto finiva lui in persona nelle spire del vortice. Iniziò così a dibattersi scomposto e a gesticolare. Il genitore che lo aveva seguito accorse in aiuto, ma il parroco era a tal punto scomposto nei suoi disperati movimenti che afferrò l’uomo venuto in soccorso da rischiare di portaselo giù in fondo. Il parrocchiano sentiva di correre pericolo di morte, ma riuscì a gridare: “Don Franco; sono un padre di famiglia!”. All’istante don Franco lasciò la presa, si abbandonò alle acque che lo inghiottivano sempre più giù, poi più nulla.

Il chierichetto salvato dalle acque sarebbe a sua volta diventato prete; l’uomo scampato nel soccorso poté alimentare ed educare onorevolmente la famiglia. Don Franco lasciò ai suoi parrocchiani, ai parenti e agli amici un esempio di generosità ammirevole, perché è proprio vero quello che dice il Vangelo di San Giovanni: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (Gv. 15,12). E questa è anche l’eredità di don Franco giunta fino a noi.

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