Giovedì, 23 Maggio 2019

Progetto1

Marco Lutzu, etnomusicologo, in un’intervista ricca di informazioni e spunti ci ha raccontato del suo libro Non potho reposare e del ruolo sociale del canto, divenuto emblematico per la Sardegna. Da settembre 2017, insieme a Ottavio Nieddu, ha dato vita a quasi sessanta presentazioni con un format del tutto particolare, illustrando il forte carattere identitario che evoca emozioni collettive, capaci di coinvolgere anche i tifosi che animano gli stadi.

Il progetto farà tappa a Napoli, Roma, Cremona, Milano e Udine, sede della casa editrice.

di Veronica Moi

La canzone ha una storia particolare che la rende un canto d’amore (ma non solo) e va oltre i confini dell’isola. Come è nato il libro?

Il libro è nato nel 2015, anno in cui ricorreva il centenario di Non potho reposare, composta da Badore Sini, di Sarule. Ho accettato l’invito di Ottavio Nieddu ad occuparmi delle ricerche e della stesura del libro, alle quali mi sono dedicato per due anni. Abbiamo trovato una formula importante per fare in modo che la pubblicazione non restasse a livello locale, coinvolgendo un editore nazionale – particolarmente attento al tema dell’etnomusicologia – e, a livello locale, il comune di Sarule ha contribuito economicamente con un patrocinio.

Copertina Non potho reposare

La struttura del testo riflette la trama di un viaggio. Come si sviluppa?

La prima parte del libro ha un taglio storico e riprende diversi studi precedenti, opera soprattutto di Michele Pintore, giornalista di Nuoro. La biografia degli autori racconta di Badore Sini, avvocato sarulese, di estrazione agropastorale, amante della letteratura, il quale scriveva poesie e testi teatrali, in sardo e in italiano. L’altro autore è Giuseppe Rachel, proveniente da una famiglia storica di musicisti, cagliaritano che diresse la banda musicale a Nuoro, dove ebbe luogo l’incontro con Badore Sini, iniziando con lui una collaborazione per la stesura di alcuni testi. La seconda parte riguarda invece le tappe del successo.

Come è stato possibile ricostruire la genesi dell’opera?

È stato fondamentale avere accesso ai diari di Badore Sini. Vi è poi un legame storico con la Prima Guerra Mondiale perché nel maggio 1915 scoppia la guerra, a luglio scrive questa poesia nel suo diario e a settembre, alcuni studenti nuoresi, decidono di fare una rappresentazione teatrale per devolvere il ricavato alle famiglie dei soldati richiamati alle armi. Per fare questo, chiedono a Badore Sini un suo testo teatrale, lo mettono scena in due settimane e in quel contesto viene eseguita per la prima volta A Diosa. Era il 3 ottobre 1915.

Qual è stata la sfida più grande in questo lavoro?

È stato stimolante e complesso trovare un modo per spiegare il fatto che questo canto è un oggetto musicale ibrido perché non è musica tradizionale, né musica colta ma sta a cavallo tra diversi generi e questo si riflette anche nella metodologia di studio. Infatti, in una parte ho utilizzato i metodi dei musicologi storici, cioè fonti d’archivio, analisi delle partiture, come si analizzerebbe tecnicamente la musica del passato, senza escludere il contatto con i musicisti, includendo anche studi di musica popolare.

Qual è la principale particolarità delle tracce presenti nel CD allegato al libro?

Il CD in allegato si compone di diciannove tracce e altrettante schede per ogni brano. La difficoltà principale è stata scegliere quali delle oltre centoquaranta versioni includere in 78 minuti di registrazione. La straordinarietà è che nessuno aveva mai inciso la versione originale e quindi abbiamo chiesto a Piero Pretti, un tenore lirico di Nuoro, di registrare per questo lavoro la versione dello spartito.

Il brano popola anche le tribune calcistiche...

Sì, anche gli Sconvolts, nati nel 1987, hanno reso il canto d’amore per eccellenza un inno alla loro passione per il calcio. In occasione dei Mondiali del 1990 imparano cosa sia realmente la tifoseria. In quegli anni, Non potho reposare stava diventando famosa grazie ai Tazenda; un gruppo degli Sconvolts si riunisce per scrivere un testo in italiano, col metro endecasillabo. Il testo viene stampato sulle magliette, in modo che potesse essere letto allo stadio da coloro che stanno nella fila davanti. Da oltre 25 anni, prima che le squadre scendano in campo, dalla curva Nord si eleva un coro calcistico sulla melodia di Non potho reposare. È dunque un esempio particolare di un canto identitario che diventa espressione di tutti i sardi anche con il veicolo della tifoseria.

Come è stato possibile divulgare lo studio di un canto sardo oltre i confini isolani?

Il testo è pensato per scopi divulgativi e non specialistici, quindi per i lettori non sardi, abbiamo voluto includere una nuova traduzione, diversa dalle numerosissime scritte nel passato che erano molto poetiche e libere. È stato fondamentale l’intervento di Sebastiano Pilosu, che insegnava in Conservatorio ed era docente di Forme di poesia per musica in Sardegna.

Ad un certo punto sono i musicisti tradizionali ad appropriarsi di questo canto, quindi la prima parte del libro serve a spiegare che, pur essendo considerato un canto tradizionale, in realtà è un canto d’autore. È un brano di musica scritta, di cui possediamo le fonti, ma nessuno lo esegue leggendo lo spartito. Tutti partono da una versione che hanno ascoltato, la personalizzano e ne fanno una nuova a loro volta, finché il brano è entrato nella tradizione soprattutto attraverso il canto a tenore.

È possibile trovare un linguaggio universale con cui restituire alla società il valore di queste analisi e ricerche?

Sono abituato a parlare ai convegni ma considero la divulgazione una parte importante del mio lavoro perché l’etnomusicologo è fondamentalmente un antropologo e quel che so sulla musica è dovuto al contatto con molte persone che mi hanno accolto; questo non accade in archivio perché uno storico, principalmente, legge documenti. Sento il dovere etico di restituire alla società ciò che mi è stato trasmesso, calibrando il discorso il base al pubblico.

Immaginavo da subito che il libro potesse circolare fuori dalle Università perché il tema è accattivante. La presentazione diventa uno spettacolo con musica dal vivo, e questo contribuisce ad aumentare le vendite, infatti, inaspettatamente, siamo alla quarta ristampa in sei mesi, e ogni tiratura è di mille copie.

Lutzu copertina

Un canto così antico può integrarsi in una dimensione social?

Per molti di noi, oggi, Non potho reposare è principalmente un canto eseguito in coro, che deriva dalla coralità della scuola nuorese. La coralità è un fenomeno fortemente sociale tanto che in paesi con poche centinaia di abitanti ci sono anche due o tre cori. Tuttavia è necessario precisare la differenza tra musica tradizionale sarda tramandata oralmente e la coralità di scuola nuorese, che è nata negli anni Cinquanta ed esegue brani d’autore. Finora ho potuto constatare che la coralità in Sardegna gode di ottima salute e ottima musica, che per la sua stessa natura di condivisione trova ampio spazio anche sui social.

Prossimo obiettivo?

Il prossimo obiettivo è un libro sul brano Deus ti salvet Maria: abbiamo chiuso un accordo con il comune di Neoneli, dove è nato Bonaventura Licheri, il prete a cui si attribuisce il testo. L’idea è quella di costruire un’opera, con la stessa impostazione, su Deus ti salvet Maria, canto religioso, famosissimo in Sardegna e parte della tradizione popolare, valorizzando ancora la musica, coloro che si riuniscono per eseguirla e anche per parlarne.

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