Sabato, 30 Maggio 2026

 

Non educò i figli alla paura, pur sapendo perfettamente che la morte poteva arrivare da un momento all’altro.

Paolo Borsellino non separava la vita privata dal resto: era padre mentre faceva il magistrato, magistrato mentre preparava il caffè agli uomini della scorta, marito mentre insegnava ai figli ad amare la libertà in una Palermo soffocata dalla mafia. È forse questa l’immagine più forte, emersa dal dialogo, con Fiammetta Borsellino durante l’incontro Mio papà, il giudice Paolo Borsellino. Padri, storie e racconti, ospitato nel giardino del Museo Diocesano Arborense. Martedì 12 maggio.

Una serata che ha scelto di raccontare il magistrato non soltanto come simbolo della lotta alla mafia, ma come uomo capace di vivere insieme, senza separazioni, famiglia, fede, lavoro e responsabilità civile. L’iniziativa è stata promossa dalla Pastorale della Famiglia, dalla Caritas Diocesana, dal Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile e Vocazionale, dall’Azione Cattolica Diocesana, all’interno di un percorso dedicato al tema della paternità e della scrittura autobiografica.

Presenti, tra gli altri, don Maurizio Spanu, direttore della Caritas diocesana e cappellano del carcere di Massama, e don Enrico Perlato, delegato diocesano per la Pastorale della Famiglia. Grazie all’amicizia con Carla Chiappini, dell’associazione Verso Itaca APS con cui si sono attivati laboratori di scrittura autobiografica in carcere e in diocesi, sono stati loro due ad attivare l’organizzazione dell’evento al Museo. Nel racconto di Fiammetta Borsellino emerge continuamente un contrasto potente: fuori, la Palermo delle stragi; dentro casa, un padre che cercava ostinatamente di proteggere la normalità. Casa nostra era un porto di mare, ha raccontato. Una casa aperta agli amici dei figli, alle relazioni, perfino ai ragazzi provenienti da famiglie vicine ad ambienti mafiosi.

Nessun isolamento, nessuna educazione al sospetto. Paolo Borsellino non voleva crescere figli barricati nella paura. Voleva crescere figli liberi. Siamo stati più concentrati sulla vita che sulla morte, ha spiegato Fiammetta, ricordando un padre presente in tutto: nei colloqui con i professori, nei momenti di gioco, nelle giornate familiari. Un uomo che trovava tempo per tutti, capace persino di aspettare i figli affacciato al balcone con la sigaretta in mano per farli vergognare quando tornavano accompagnati dagli amici.

Eppure la morte era lì, costante, reale. Fiammetta ha ricordato come da bambina corresse verso il portone di casa dicendo al padre: Vado prima io così ti proteggo. Un gioco nato dentro una vita segnata dalla scorta, dagli attentati, dalla consapevolezza del pericolo. Paolo Borsellino scherzava spesso sulla morte, quasi per alleggerirne il peso davanti ai figli, ma senza mai negarla davvero. Dietro quell’ironia c’era una lucidità drammatica. Era ossessionato dall’idea di poter causare la morte di altre persone, ha raccontato la figlia.

Per questo, a volte, cercava persino di allontanarsi dalla scorta, quasi a voler dire ai mafiosi: colpite me, non gli altri. A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, gli uomini della scorta non erano considerati semplici colleghi. Entravano in casa, mangiavano con loro, giocavano con i figli. Li trattava come figli, ha ricordato Fiammetta. Non iniziava il pranzo se prima non era sicuro che ci fosse posto anche per loro. In questo racconto trova spazio anche Emanuela Loi, la giovane agente sarda morta nella strage di via D’Amelio.

Quando la vide arrivare così giovane tra gli agenti, Paolo Borsellino scherzò dicendo: Ma lei è venuta qua per proteggere me? Sono io che devo proteggere lei. Una battuta che oggi restituisce tutta la dimensione umana e paterna del suo modo di vivere perfino il rapporto con chi gli stava accanto per lavoro. Ma il dialogo con Fiammetta Borsellino ha toccato anche un altro aspetto fondamentale: la fede del magistrato. Una fede discreta, mai ostentata, vissuta nell’ordinario. Più che credente, sono credibile, ripeteva spesso Paolo.

Una spiritualità tradotta in responsabilità concreta, nella capacità di riconoscere dignità umana anche nei peggiori criminali. Per Paolo Borsellino la giustizia non era soltanto repressione, ma tentativo di cambiamento. Per questo cercava il dialogo anche con i mafiosi, utilizzando il linguaggio appreso da ragazzo nel quartiere della Kalsa. Paolo sapeva vedere la luce anche nel peggiore dei criminali, è stato ricordato durante l’incontro. E forse uno tra gli aspetti più disarmanti della serata è stato proprio questo: l’assenza di rancore.

Nessuna inflessione della voce di Fiammetta Borsellino ha lasciato spazio all’odio, nonostante il dolore, nonostante la violenza della storia vissuta dalla sua famiglia. Nel suo racconto non c’era desiderio di vendetta, ma il tentativo ostinato di trasformare la memoria in responsabilità collettiva.

Durante l’incontro non è mancato un passaggio rivolto ai giovani. Rispondendo a una domanda sulla sfiducia diffusa tra le nuove generazioni, Fiammetta Borsellino ha ricordato l’ottimismo del padre, convinto che le mafie potessero essere sconfitte soprattutto attraverso la responsabilità personale, la cultura e l’educazione, perché la lotta alla mafia non si delega, così come non si delega la crescita dei figli. Ha quindi richiamato anche una riflessione di Giovanni Falcone: le persone spesso preferiscono lamentarsi piuttosto che agire davvero.

Un passaggio che risuona ancora attuale non soltanto nella società civile, ma anche nelle nostre comunità ecclesiali, dove il rischio di fermarsi alle parole o alle lamentele senza assumersi responsabilità concrete rimane reale. Scuola, sport, teatro, musica, relazioni sane: per Fiammetta Borsellino sono questi gli strumenti capaci di contrastare davvero la cultura mafiosa e le false promesse di potere e ricchezza. 

Alla luce di questo racconto, Paolo Borsellino non appare come un eroe distante, ma come un uomo che ha scelto di non smettere mai di essere padre, nemmeno mentre Cosa Nostra orchestrava la sua morte. Un uomo che parlava di giustizia mentre preparava il caffè, che educava alla libertà mentre viveva sotto scorta, che continuava a emozionarsi davanti a un germoglio sul balcone di casa mentre intorno a lui Palermo sprofondava nel sangue.

E alla fine è questo il paradosso più potente: una storia apparentemente conclusa dentro una strage continua ancora oggi a generare vita, coscienze e responsabilità.

* di Valentina Contiero


E' questo il tempo giusto per abbonarsi a L'ARBORENSE

Il giornale direttamente a casa tutte le settimane.

Scopri come fare

 

 

 

 

Pin It

Iscriviti al nostro canale youtube

Guarda i nostri video dalla diocesi

YouTube icon