Domenica, 15 Dicembre 2019

Progetto1

Dal 28 al 31 ottobre a Sacrofano (Roma) si è svolto il Forum missionario...

di Stefano Mele

A questo evento nazionale, guidato dall’Arcivescovo di Oristano e Amministratore Apostolico di Ales-Terralba, p. Roberto Carboni, delegato della CES per la pastorale missionaria, ha partecipato una nutrita delegazione dei Centri Missionari di Oristano, Ales-Terralba, Cagliari e Alghero-Bosa. Insieme ai rappresentanti di 98 Diocesi di tutta Italia abbiamo riflettuto su questo tema: La missione fa la Chiesa: battezzati e inviati per la vita del mondo. Proprio dalla vita del mondo si è voluto partire, ascoltando ogni mattina testimonianze forti e appassionate, drammatiche e piene di speranza. Abbiamo percepito chiaramente che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (GS 1). Queste parole conciliari non esprimono solo un auspicio o un’esortazione, ma sono realizzate in tutto il mondo dall’opera e dalla vita di persone concrete, presbiteri, religiosi e laici.

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Mons. Eugenio Coter, vescovo di Pando (Bolivia), membro del Sinodo sull’Amazzonia, ha parlato della necessità di una conversione integrale, che riguarda non solo l’ambiente naturale, ma anche le esigenze di dignità e giustizia delle popolazioni che vi abitano, l’inculturazione della fede, l’avvio di una pastorale sinodale, la promozione della ministerialità laicale.

Don Blendar Xhuli è arrivato in Italia a 16 anni come clandestino dall’Albania, fuggendo da un regime comunista. Ha raccontato dell’accoglienza ricevuta da un sacerdote, che gli diede la possibilità di studiare e, gradualmente, di scoprire Cristo. Dopo aver ricevuto da adulto i sacramenti dell’iniziazione cristiana, germogliò in lui anche la vocazione al sacerdozio ministeriale, che oggi esercita nella Diocesi di Firenze.

Grègoire Ahongbonon, un semplice gommista del Benin, ha dedicato la sua vita a liberare dalle catene, raccogliere e curare i malati psichici. Nei centri aperti in Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio e Togo ha già salvato più di 70 mila persone. Mostrando le catene di una di queste, ha detto: “tutti i giorni cercavo Dio nell’Eucarestia, ed eccolo davanti a me, in quel malato. È avvenuto un miracolo: mi è stata restituita la vista. Prima quegli esseri mi facevano paura. Ma se nel malato psichiatrico vedi il volto di Gesù, non hai più paura”.

Dorotea Passantino e Tony Scardamaglia, sposi palermitani, genitori di due figli pensavano di partire come laici missionari comboniani. Poi hanno scoperto che la missione era arrivata a casa loro. Nel 2008 iniziano ad accogliere persone immigrate ne La zattera, comunità dove vivono “ogni giorno con la porta aperta”, che ha coinvolto molti altri in un percorso di condivisione, conoscenza e arricchimento reciproco. Nell’esperienza dell’incontro – ha detto Dorotea – c’è un’esperienza di fede. L’invio lo sentiamo perché è la storia che ci convoca, è il mare che ci convoca. Il mare sta gridando ogni giorno. Noi sentiamo l’appello perché crediamo in un Dio pellegrino. Siamo una “zattera” per chi arriva e siamo felici di esserci perché Dio ci provoca e noi vogliamo lasciarci provocare sempre.

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Suor Raquel Soria, missionaria della Consolata, nonostante le sue precarie condizioni di salute, si è dedicata ai carcerati e al loro riscatto umano e sociale, sia in Kenia sia in Italia, nella Comunità intercongregazionale di Modica.

Queste esperienze di vite donate “per la vita del mondo” hanno consentito di comprendere meglio che “la missione fa la Chiesa”. Ciò significa non solo che l’attività missionaria costituisce nuove comunità cristiane dove l’annuncio del Vangelo non era ancora giunto, ma anche e prima di tutto che la Chiesa non può che essere missionaria, se non è missionaria perde se stessa, la sua essenza. Ogni battezzata e battezzato è una missione – dice Francesco nel messaggio per la GMM. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio. Ogni cristiano è missionario quando parte per terre lontane e quando resta dove è nato, se testimonia la gioia di aver incontrato Cristo, se la sua vita ha trovato senso in lui ed è stata trasformata da lui, se come lui si mette a servizio degli altri e costruisce il suo regno di giustizia, di pace, di comunione fraterna con tutti, di armonia con il creato, se è capace non di fare proselitismo, ma di essere attraente in quanto persona realizzata e felice. Aspetti, questi, su cui si è potuto riflettere grazie alle relazioni di esperti, ma anche nei laboratori pomeridiani, 29 piccoli gruppi in cui si sono messe a confronto esperienze e considerazioni personali.

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A conclusione del Forum mons. Francesco Beschi, presidente della Fondazione Missio, ci assicurava che i Vescovi italiani hanno preso coscienza che anche nel nostro contesto siamo in uno stato di missione, sono consapevoli della necessità che tutta la pastorale sia pervasa dalla missione. Come ha insegnato il Papa nella Evangelii Gaudium (cfr nn. 20-33), la missione ad gentes deve diventare paradigma di ogni attività pastorale. Anche le attività ordinarie devono essere ripensate in chiave missionaria, superando un atteggiamento solo “conservativo”, difensivo e asfittico. Bisogna diventare “Chiesa in uscita”, raggiungere ogni genere di periferia, annunciare di nuovo la Bella Notizia che è il Vangelo; lo dobbiamo fare con gioia e franchezza, in maniera sinodale e fraterna. Certamente la missione donerà vita anche a chi la compie, rinnoverà la Chiesa, rinvigorendo la fede e l’identità cristiana.

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