Lunedì, 16 Settembre 2019

Progetto1

L’uscita di scena di Fulvio Moirano, responsabile dell’ATS, ha messo in moto la rivoluzione di sistema del Servizio Sanitario Regionale. Abbiamo voluto porre alcune domande al prof. Stefano Mele, docente di Bioetica nella Facoltà Teologica della Sardegna...

a cura di MAC

Carissimo prof. Mele, in passato è stato presidente della Comitato etico del S. Martino. Quale era il suo ruolo e quale il vostro impegno?

Per circa un anno e mezzo, dal 2012 al 2013, ho presieduto il Comitato etico, cui la legge affida la funzione, principale e necessaria, di verificare i protocolli sulle sperimentazioni cliniche, cioè sulle sperimentazioni che si intendono svolgere, con il loro consenso informato, su persone malate per testare nuove terapie, la loro sicurezza ed efficacia. A causa della riforma che tagliò il numero di Comitati non ebbi il tempo di investire il nostro Comitato anche di tutti gli aspetti etici legati alle professioni sanitarie e all’organizzazione ospedaliera.

Quali sono i motivi di uno scontento crescente per il servizio sanitario nazionale e regionale? Quanto influisce la mancanza crescente di personale?

Bisogna denunciare con forza la grave carenza del personale sanitario ad ogni livello, medici, infermieri e tecnici. Una deficienza che va avanti da anni, che costringe gli operatori sanitari in servizio a lavorare in condizioni altamente stressanti e che certo ha una ricaduta negativa anche sull’assistenza e la cura dei pazienti, sia dal punto di vista delle attese di analisi e ricoveri sia dal punto di vista della qualità della cura ospedaliera.

Di recente, nell’assistere mio padre in ospedale, ho notato la separazione netta tra le mansioni degli infermieri e quelle degli operatori socio-sanitari (OSS) e una certa tensione tra queste figure, che a volte produce ritardi nell’assistenza, dovuti all’attribuzione gli uni agli altri di una particolare prestazione. Quando si è trattato, ad esempio, di portare mio padre a fare una tac urgente i due OSS si sono rifiutati di andare soli e hanno richiesto la presenza di un medico o un infermiere, già pochi e in quel momento occupati. Capisco che ci siano motivi professionali, tecnici e organizzativi, ma certo a pagarne i risvolti negativi sono i pazienti.

Che esperienza ha fatto come familiare-assistente?

Senza nulla togliere alla competenza e dedizione di tanti operatori sanitari, senza dimenticare i disagi che patiscono, di cui ho già detto, ho potuto constatare di persona atteggiamenti e comportamenti eticamente scorretti da parte di alcuni infermieri e Operatori Socio Sanitari nei confronti di mio padre, che dopo breve tempo si è spento, e dei malati in generale, che procurano loro una sofferenza aggiuntiva che si dovrebbe evitare. Molti, tra gli uni e gli altri, danno indebitamente del tu a persone anziane, alle quali forse i loro stessi figli danno ancora del lei. Ho sentito spesso riferirsi ai numeri di letto piuttosto che ai nomi dei malati. Ho visto poggiare i flaconi delle flebo sul basso ventre di mio padre che ha urlato di dolore: conoscono l’anatomia umana? E sanno che fa male? Lo stesso dicasi delle manovre per riassettare il letto, lavare il malato e/o cambiargli il panno. Non si può arrivare e, senza preavviso, mettersi a rivoltare il malato da una parte e dall’altra, tirando il catetere o spostando parti del corpo già doloranti per altre patologie e per giunta cercando di tacitare i suoi lamenti. Ho sentito qualcuno accusare mio padre, che ha lavorato una vita da pescatore e ha allevato 5 figli, di “essere viziato” e a un altro malato anziano di “fare il bambino”!

Ho sentito parlare (di lavoro o di altro) e ridere ad alta voce da un capo all’altro del corridoio durante la notte o il mattino presto. Ho visto più volte alcuni infermieri sbuffare e lamentarsi del loro lavoro a voce alta anche davanti ai pazienti, facendo loro intendere di essere la causa del loro malessere e senza dubbio il punto di scarico della loro frustrazione. Qualche volta i pasti sono stati consegnati quasi freddi e senza possibilità di scegliere almeno minimamente tra opzioni diverse.

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Cosa manca oggi agli operatori socio sanitari, agli infermieri e medici? come si potrebbe migliorare il clima nei vari reparti nel rapporto personale-pazienti?

Nella Facoltà di Teologia, dove insegno, propongo da anni un corso monografico sui principi bioetici presenti nella deontologia di Medici e Infermieri. Ho avuto modo in passato di scrivere un piccolo saggio in particolare sul Codice degli Infermieri, recentemente rinnovato, elogiandone la particolare attenzione che viene riservata al corretto e proficuo rapporto con i pazienti. Mi chiedo se, oltre alla formazione tecnica, questi operatori sanitari abbiano studiato la propria deontologia ed acquisito lo spirito di profonda umanità che vi viene proposto. Mi chiedo se riescano a mettersi nei panni dei loro assistiti per comprendere e cercare il modo più rispettoso, solidale ed efficace di relazionarsi con loro. L. Kass, uno dei pionieri della bioetica, ha denunciato che spesso essa «si occupa dei contenuti razionali del discorso senza considerare i complessi moventi che spingono al discorso e all’azione. Ignora decisamente abitudini e costumi, sentimenti e atteggiamenti, e quella morale spicciola che è la base dell’esperienza ordinaria e la matrice di tutte le relazioni interpersonali. Ignora decisamente gli agenti e i casi etici concreti, preferendo l’astrazione di un ipostatizzato decisore razionale che affronti e risolva problemi teorici».

Ha proprio ragione. Io parlo infatti di principi tanto semplici ed evidenti quanto fondamentali e pratici. I malati sono persone! Il loro corpo è il corpo di una persona! Hanno diritto a conoscere, in modo a loro comprensibile, quale sia la loro situazione clinica, a sapere che temperatura o quale pressione sanguigna gli è stata rilevata, perché sia necessario infilargli aghi, fare prelievi o fare delle flebo, quali manovre si intendono fare su di loro e perché, quali pastiglie gli viene proposto di ingoiare e che effetti si sperano dalla terapia. Hanno diritto, per quanto è possibile, a non soffrire; né a causa delle loro infermità né a causa di relazioni umane spersonalizzanti e offensive. Hanno bisogno di un rapporto amichevole ma non sminuente, di un rapporto personalizzato e non oggettivizzante, di cura globale e non solo tecnica.

Con la mia riflessione vorrei suscitare un atteggiamento più adeguato nei confronti dei malati, il cui benessere globale deve essere l’obiettivo costante di ogni operatore sanitario. Quanto mi appaiono vere le parole di L. Kass: "dobbiamo pensare meno alla dottrina, ai principi, alle regole che guidano il comportamento, e più all’educazione, alle istituzioni e al tipo di individui che produciamo […]. Possiamo prestare particolare attenzione alle istituzioni e alle abitudini che aiutano a consolidare la prassi medica, e soprattutto a modellare gli atteggiamenti, le sensibilità e le abitudini dei medici in quanto agenti morali. Potremmo affrontare la questione di come vengono reclutati e formati i futuri medici, infermieri, biomedici e amministratori ospedalieri. Potremmo individuare gli strumenti adatti per aiutarli ad approfondire la loro comprensione del significato di umanità". Questo è il mio augurio, questo è il mio impegno personale.

Il servizio della cappellania e della pastorale sanitaria su cosa dovrebbe puntare?

Il valore che riveste la dimensione spirituale della vita e quella più specificamente religiosa nel momento della sofferenza e nell’approssimarsi della morte è evidente a tutti ed è rilevato da molti studi di carattere psicologico come dall’esperienza di chi si dedica all’assistenza dei malati cronici, incurabili e moribondi. Il Comitato Nazionale per la Bioetica promuove le cure palliative, volte a non abbandonare il malato grave, ma ad "aiutarlo a vivere questa sua ultima radicale esperienza nel modo più umano possibile, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista spirituale". Anche nell’ambito della pastorale sanitaria (penso qui in particolare all’ambito ospedaliero) i pastori hanno bisogno della collaborazione dei laici; durante la degenza di mio padre, a portargli l’Eucaristia, a scambiare due parole e pregare con noi, è venuta spesso una signora, che ho scoperto essere stata una mia studentessa in Facoltà. Anche il cappellano, tuttavia, per quanto è possibile, dovrebbe passare nei vari reparti e incontrare i singoli malati, conversare con loro, anche con qualche semplice battuta, infondere speranza e dar modo a chi vuole di approfondire il dialogo, di fare un esame di coscienza, sacramentale o meno (io ho avuto la grazia di raccogliere quello “generale” di mio padre), di riannodare un rapporto con Dio, difficile o interrotto, di correggere le immagini distorte che si hanno di lui e della visione cristiana sulla sofferenza, la morte e l’aldilà. Ogni programma più articolato di una Pastorale sanitaria non dovrebbe dimenticare questo fondamentale rapporto diretto, personale con i malati.

Photo credits: Zach Vessels, Online Marketing

 

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