Lunedì, 27 Gennaio 2020

Progetto1

La vicenda del piccolo Giovannino, il bambino concepito con fecondazione eterologa, disconosciuto dopo la nascita per la malattia rara che lo affligge e abbandonato nell’ospedale S. Anna di Torino, spinge a una serie di riflessioni...

di Stefano Mele

Intanto rimane da chiarire il ricorso alla procreazione medicalmente assistita in quanto la legge 40 (art. 9) vieta, in questo caso, il disconoscimento.

Fa riflettere l’unanime comprensione o la sospensione di ogni giudizio nei confronti della coppia che ha abbandonato il piccolo. Anche io, che non sono né mi sento migliore di nessuno, mi unisco nello sforzo di comprendere un gesto così drammatico e doloroso. Istintivamente però mi sono saltate alla mente le reazioni scomposte, i giudizi pesanti e senza sconti nei confronti di quanti abbandonano animali per strada. Non voglio giustificare questi ultimi, né condannare senza appello i primi, ma le reazioni mi appaiono squilibrate se prendiamo in considerazione l’oggetto delle due azioni di abbandono: là un bambino qui un animale! Il valore positivo o negativo di un’azione si giudica certo in riferimento alle intenzioni soggettive e ai condizionamenti personali (ignoranza e grado di coscienza, paura, intimidazioni, passioni e abitudini…), ma anche a partire da chi o cosa è oggetto dell’azione. Inoltre si può, e si deve, giudicare un’azione nella sua gravità senza per questo giudicare la persona che la compie. Posso rimproverare, prima di tutto a me stesso, un comportamento cattivo se sono cosciente che ad essere indegno non è l’agente, piuttosto è la sua azione ad essere “indegna di lui”. Se non sappiamo distinguere tra le persone e le loro azioni rischiamo di giustificare comunque queste per salvare le prime o di svalutare la dignità intangibile delle persone a causa delle loro singole azioni… Non è questo che ci insegna proprio una madre, la madre di Valerio Del Grosso, quando un paio di settimane fa lo ha denunciato alla polizia per l’omicidio di un altro ragazzo? Sa infatti che suo figlio è migliore delle sue azioni. Lo può rimproverare perché gli vuole bene. Amore, verità e giustizia possono stare insieme!

Riguardo alla dignità della generazione, cosa possiamo dire? Qual è l’oggetto dell’azione procreativa? Se guardiamo ai genitori, la generazione dei figli è o dovrebbe essere il frutto di un amore vicendevole totale, corporeo e spirituale, di un progetto di comunione che abbraccia la vita propria e di altri, un amore che si fonde, incarnandosi nelle fattezze di un’altra persona. Da ciò risulta ben comprensibile la forte aspirazione ad avere figli con la persona amata, il dolce desiderio che l’uno diventi padre attraverso l’altra, la madre, e viceversa. È naturale coltivare il sogno, animato da timori e speranze, di dare la propria carne e vita ad altri esseri umani, di vederli crescere ed essere felici della loro felicità. È facile pure comprendere la sofferenza delle coppie che hanno difficoltà a procreare, senza dimenticare chi neppure ha trovato la persona con cui condividere un progetto d’amore e di fecondità…

C’è chi esclude la fecondità dalla relazione affettiva che vive e altri che intendono perseguirla in ogni modo e a ogni costo, come diritto individuale. Non può però esistere un diritto al figlio, perché questi non è un oggetto; ogni persona non è diritto di altri, appartiene solo a se stessa e chiede di venire al mondo per se stessa, non con altri fini che non sia la sua stessa esistenza. Chiede di venire al mondo nel modo più coerente possibile con la sua natura e dignità personale, nel contesto di una relazione d’amore corporeo-spirituale tra un uomo e una donna, ai quali lo lega ogni aspetto del suo esistere corporeo-spirtuale. Chiede di essere accolto come dono, sempre, non per le sue qualità fisiche ed estetiche, non per il grado di salute che a noi sembra anticipatamente adeguato perché sia lui che noi possiamo vivere serenamente, non quando abbiamo l’illusione di potergli assicurare benessere economico e successo sociale…

In quanto persone i figli non sono proprietà dei genitori, sono liberi, come loro, di amare e lasciarsi amare, di costruire se stessi e la propria storia, di affrontare le proprie fragilità e combattere le avversità che si presenteranno nella vita, di sbagliare e correggersi, di farsi aiutare o meno. I figli sono un dono per i genitori e questi sono un dono per loro. Il dono di cui parlo non riguarda cosa danno gli uni agli altri, ma chi sono gli uni per gli altri; la genitorialità/figliolanza abbraccia tutto il loro essere, dal patrimonio genetico a quello affettivo, educativo e spirituale. La dignità di chi nasce gli appartiene per la sua natura umana, non dipende da come è venuto al mondo, ma certo possiamo giudicare un modo di nascere più confacente a quella dignità, più “degno di lui”. Certamente non è degno di Giovannino l’abbandono e potremmo riflettere più a fondo su alcuni risvolti problematici delle tecniche di procreazione assistita, sul loro grado di efficacia, sulla sicurezza sanitaria e le malattie trasmissibili su base genetica, sul senso della paternità biologica di un donatore di gameti, sul collaterale sacrificio di embrioni umani eliminati o crioconservati… L’aspetto bello e positivo, almeno nella vicenda che stiamo considerando, è la solidarietà diffusa, la gara per l’adozione del piccolo, per prendersi cura di lui a qualunque costo, per restituirgli l’amore di cui ha bisogno e diritto. Corregge una condizione negativa, che era meglio non si verificasse, ma brilla così anche la coraggiosa, necessaria, generosa scelta della genitorialità adottiva.

 

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