Mercoledì, 23 Ottobre 2019

Progetto1

Si allarga la falla nel principio dell’inviolabilità della vita umana, aperta con la legge 219/2017 “in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”...

di Stefano Mele

Quella legge ha permesso l’eutanasia “passiva”, che cioè qualcuno venga portato a morte con la sottrazione di sostegni vitali, quali respirazione, idratazione e alimentazione assistite. Circa un anno fa la Corte Costituzionale era stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità dell’art. 580 del Codice penale, che punisce l’induzione e l’aiuto al suicidio. Nell’ordinanza 207 del 24 ottobre 2018 la Corte Costituzionale aveva affermato che il divieto, sanzionato penalmente, di aiuto al suicidio non è, di per sé, contrario alla Costituzione. Tuttavia, si deve tener conto di specifiche situazioni, inimmaginabili all’epoca in cui fu introdotta la norma penale. «Il riferimento – scriveva la Corte – è, più in particolare, alle ipotesi in cui il soggetto agevolato si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Si tratta, infatti, di ipotesi nelle quali l’assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare». La Consulta aveva lasciato al Parlamento un anno di tempo per legiferare in materia. Alcuni politici avevano subito presentato proposte di legge apertamente eutanasiche; altri hanno giocato “a scaricabarile”, lasciando trascorrere il tempo per incassare la decisione della Corte, chiaramente preannunciata; altri ancora hanno vilmente abdicato al proprio ruolo.

La Corte non ha concesso altro tempo e nella sentenza del 25 settembre scorso ha dichiarato «non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio», confermando le indicazioni date undici mesi fa. È vero che la formula “non punibile” non consacra l’aiuto al suicidio come valore da perseguire e come diritto, ma in concreto lo rende lecito. Ai medici assegna il compito di «verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». L’intenzione dichiarata è quella di «evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili». Mentre si riconosce questo grave pericolo si realizza al contempo una perversione della professione medica, la cui finalità è da sempre quella di salvaguardare la vita, combattere le malattie e alleviare il dolore, non di aiutare la morte. Nella nota relativa alla sentenza attuale non compare neppure l’obiezione di coscienza, di cui si parlava nell’ordinanza 207. Richiamando il rispetto della legge 219, la Consulta demanda ai giudici, che hanno un non indifferente margine di discrezionalità, verificare se nei singoli casi sussistano le condizioni per la non punibilità. Di nuovo: mentre si intende limitare gli abusi, si mettono le premesse perché si realizzino. La conferma poi dell’indispensabilità di un intervento normativo è contraddetta dalla volontà di precederlo con una sentenza che ora vincola il legislatore.

Non è difficile prevedere il prossimo passo. Abbiamo la triste esperienza dei Paesi in cui già da tempo si pratica l’eutanasia e dove tutti i paletti iniziali, che intendevano limitarne la pratica, sono stati ampiamente superati. Anche da noi si è aperto un processo la cui direzione non è così oscura. Nelle stesse ore in cui la Corte ha prodotto la sua sentenza in Senato è stato presentato un nuovo progetto di legge per la legalizzazione dell’eutanasia attiva. Se è lecito aiutare qualcuno a procurarsi la morte, non è uguale, addirittura un aiuto migliore, meno ipocrita e più sicuro, quello di procurargli la morte direttamente? Perché limitare la possibilità di morire, perché circoscrivere quello che viene ormai considerato un diritto a chi può comunque compiere l’ultimo gesto per proprio conto, perché solo a coloro che dipendono da sostegni vitali, perché solo a coloro che possono esprimere un volere attuale? Di quali malattie irreversibili si parla e in quale stadio del loro evolvere? Come si potrà valutare il grado di libertà in un contesto di abbandono terapeutico? Le cure palliative infatti sono poco conosciute dalla popolazione e lungi dall’essere assicurate dal Servizio sanitario, come previsto dalla Legge 38/2010. Questo genere di cura bisogna promuovere e garantire, una cura farmacologica, psicologica, affettiva, spirituale, perché fondata sul vero diritto a non soffrire e ad essere accompagnati con dignità nell’ultimo tratto della vita. «Con questo atteggiamento – ha ribadito di recente il Papa alla Federazione degli Ordini dei Medici – si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia. Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte».

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