Sabato, 18 Aprile 2026

Capita spesso che le giovani donne straniere che frequentano i miei corsi di lingua italiana, mi si rivolgano dispiaciute in previsione di un'assenza prolungata a causa di un viaggio nel loro Paese...

di Arianna Obinu

Le partenze possono essere legate a festività nazionali o a occasioni familiari quando i bambini sono piccoli, oppure avvengono durante l'estate o sotto Natale, nel caso in cui essi siano in età scolare.

Unitamente al desiderio di “tornare a casa”, per quanto tutte siano consapevoli di avere oramai due case o forse di non averne più una definita, emerge la volontà di far trascorrere del tempo alla prole nel Paese d'origine, affinché sin da tenera età ne apprenda la lingua, familiarizzi con odori, suoni, ritmi e usanze cari alle loro madri.

È molto toccante ascoltare le loro storie, poiché ogni madre ne ha una diversa. Alcune sono sposate con connazionali e reputano naturale, e anche facile, trasmettere la lingua madre ai figli. Altre sono sposate con italiani o con stranieri di diversa origine, e si trovano in difficoltà, poiché gli stimoli linguistici sono molteplici e si manifesta la paura di tradire le proprie radici non riuscendo a insegnare la propria lingua madre. Altre ancora, rinunciano a parlare con i figli in lingua madre, bloccate dall'idea che per il loro bene sia più opportuno parlare italiano. Ho un'amica thailandese che con il marito italiano parla inglese e con il figlio thai, mentre tra padre e figlio la lingua franca è l'italiano. Parlare thai, badate, significa utilizzare la lingua del cuore, che è cosa pregevole e importante per testimoniare una cultura che scorre nelle vene della mamma e del bambino, e che tuttavia si riduce all'utilizzo di un vocabolario limitato.

Non insegnare la propria lingua è una scelta difficile e nociva, poiché la valorizzazione della cultura di provenienza aiuta la formazione di un'identità equilibrata e consapevole. Parlare solo la lingua madre, fuori e dentro casa, potrebbe ostacolare il percorso di apprendimento dell'italiano e rivelarsi un fattore discriminante.

Questo tema così intimo ma di portata pubblica, perché riguarda l'educazione, coinvolge i nuclei familiari sin da quando esistono le migrazioni.

Un'installazione artistica vista a Parigi, “Mother tongue”, è stata illuminante. L'artista che l'ha realizzata, Zineb Sedira, è di origine algerina, ma londinese d'adozione. In una parete tre televisori e tre paia di cuffie: nel primo apparivano l'artista e sua madre che parlavano. La Sedira le parlava francese e la madre le rispondeva in arabo algerino.

La comprensione reciproca era perfetta, del resto l'Algeria ha fondato la sua storia nazionale sul plurilinguismo e sulla capacità attiva o passiva di parlare arabo e francese, o solo passiva di conoscerla entrambe. Perciò la madre capisce il francese ma parla in arabo, in modo pressoché naturale. Al contempo, l'artista si sente a suo agio parlando francese, e capisce agevolmente l'algerino. Sullo schermo centrale erano protagoniste la Sedira con sua figlia, cresciuta a Londra: una parla in francese e l'altra in inglese. Anche in questo caso, la comunicazione è efficace e le due si capiscono, seppure selezionando la propria lingua di riferimento.

Nel terzo televisore c'erano nonna e nipote a confronto: arabo da un lato e inglese dall'altro. Soprattutto c'erano tanti silenzi e gesti imbarazzati, perché l'una non era in rado di capire l'altra.

La trasmissione della lingua madre si era fermata. È come sentire il rumore di un taglio di forbice, qualcosa che fa male. La lingua madre è quella in cui si esprimono i sentimenti, perciò la più importante. Emil Cioran disse che non si abita un Paese, ma si abita una lingua, e che la patria non sia altro che la lingua in cui ci esprimiamo e che ci avvicina a chi come noi la parla.

Quanto è vero!                                                                   

Pascoli in un poemetto del 1904, Italy, ci fa un vivido ritratto di una nonna e di una nipote alle prese con una comunicazione difficile. Molly è nata e cresciuta nell'Ohio ed ora, con la famiglia, è tornata al paesello dove ad attenderli c'è la sua anziana nonna. L'una parla americano e l'altra toscano, e l'approccio è traumatico per la piccola, che trova estrema povertà e incomprensione, e perciò vorrebbe tornare in America:

La nonna intanto ripetea: "Stamane fa freddo!"

Un bianco borracciol consunto

mettea sul desco ed affettava il pane.

Pane di casa e latte appena munto.

Dicea: "Bimbina, state al fuoco: nieva!

Nieva!" E qui Beppe soggiungea compunto:

"Poor Molly! Qui non trovi il pai con fleva!"

Oh! No: non c’era lì né pie né flavour

né tutto il resto. Ruppe in un gran pianto:

"Ioe, what means nieva? Never? Never? Never?"

Nieva, cioè “nevica”, scambiato per never, ossia “mai”! Molly piangeva all'idea di non tornare più a casa sua, in America. Piano piano però, la bambina saprà costruire un'intesa con la nonna, fatta di gesti e di sguardi, che la porterà a provare genuino amore per lei e anche per l'Italy, terra originaria dei suoi genitori e perciò sua terra d'elezione.

Un finale positivo, che dà speranza a chiunque si trovi nella condizione di essere madre in un Paese straniero e quindi trasmettitrice di cultura ai propri figli: la lingua d'origine è importante, ma lo sono altrettanto il rispetto e l'affezione per le radici che sempre ci riconducono a ciò che siamo, profondamente.

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