Lunedì, 15 Dicembre 2025

Si sono messi in cammino da Santa Giusta in poco più di 200. Si sono ritrovati in Cattedrale almeno tre volte di più. Sono i catechisti e le catechiste dell’Arcidiocesi che, domenica scorsa, 19 ottobre, hanno celebrato insieme il loro Giubileo.


A guidare il pellegrinaggio a piedi, don Diego Tendas, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano: Ciò che abbiamo fatto è metafora della nostra vita di discepoli e di inviati, ha spiegato don Diego. Abbiamo voluto che fosse bene evidente l’esperienza del cammino, non un semplice ingresso in Cattedrale, ma un cammino lungo tre km circa, in mezzo al traffico, nelle strade, tra le case, nel frastuono e nella confusione che una cittadina può avere la domenica pomeriggio. Sì, perché se non ci mettiamo in cammino non possiamo dire di esserci messi in gioco; e non un cammino lineare e senza ostacoli, ma un cammino reale dove incontriamo i volti di tanti fratelli e sorelle che a volte sorridono, a volte piangono, a volte ignorano: volti, comunque, che siamo chiamati ad amare e custodire. È in questo cammino che siamo chiamati ad annunciare.

Dopo una sosta nel piazzale della chiesa del Sacro Cuore, dove i catechisti pellegrini hanno vissuto una tappa mariana, accolti e rifocillati dai parrocchiani della comunità guidata dai Figli di Maria Immacolata, il corteo è arrivato in Cattedrale per la celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo Roberto.

La Messa è stata anche occasione per conferire ai catechisti presenti il mandato ecclesiale per il nuovo anno pastorale. È proprio sul mandato che l’Arcivescovo si è soffermato all’inizio dell’omelia (clicca qui per il testo integrale): Ricevere il mandato ci dice che nella Chiesa una persona non si autoelegge, non si auto-manda a fare qualcosa. Fare il catechista è una vocazione che il Signore mette nel cuore e che la Chiesa conferma. I catechisti sono mandati cioè ricevono questo compito, accolgono questo servizio. Non portano le loro parole, ma le Parole del Signore, è lui che devono presentare, annunciare, dire anche attraverso la loro vita.

Poi il suo ringraziamento e il suo incoraggiamento: Dobbiamo innanzitutto dire una parola di gratitudine ai catechisti e alle catechiste. Grazie di questa vostra disponibilità, del vostro impegno, del tempo che dedicate ai bambini e ai ragazzi. Grazie per quanto fate: senza di voi le comunità sarebbero spente, il Signore non avrebbe annunciatori del quotidiano, i ragazzi non avrebbero esempi di cristiani adulti che vivono ciò che annunciano. Sappiamo che si tratta di un compito impegnativo, anche stancante, non sempre si vedono i frutti. Ma dobbiamo ragionare con l’insegnamento del Vangelo: che ci dice che il seminatore spesso non vede il seme crescere; che uno semina e altri raccolgono. Si tratta di fare questo con generosità come un servizio alla comunità.

La riflessione di mons. Carboni è proseguita su alcuni aspetti della spiritualità del catechista: Il catechista oltre a quello che insegna, unisce il suo vissuto concreto. Se parla di perdono, si impegna a perdonare; se parla di accoglienza, si impegna ad accogliere; se parla di impegno a favore dei poveri è disponibile per i malati, per gli anziani, per le persone sole. Vi invito a rimettere al centro della catechesi la persona di Gesù, per fare poi come Giovanni il Battista: scomparire, cioè lasciare che a prendere il posto centrale sia il Signore. Il Papa ha esortato ad annunciare la fede nel dialetto materno. Dicendo questo non intendeva dire che dobbiamo parlare il sardo, ma che bisogna calare la fede nella quotidianità, comprendendo il linguaggio di oggi, quello che i ragazzi utilizzano. Bisogna allora rinnovare questa capacità: trasmettere oggi il Vangelo con i nuovi linguaggi. E, infine, la preghiera perseverante e continua: significa un lavoro di fiducia a Dio nel nostro cuore. Non una preghiera a gettone che chiede e vuole ottenere, ma una preghiera perseverante.

Al termine dell’omelia, un pensiero per le vocazioni: In voi catechisti ci dev’essere la consapevolezza di essere al servizio della vocazione di ciascun ragazzo: il catechista è chiamato ad aprire il cuore alle molte vocazioni della vita, facendone vedere la bellezza di ciascuna; facendo vedere come ogni vocazione può essere il luogo per realizzare e vivere la propria fede in Dio.

La Messa, animata dal grande Coro del Vicariato urbano, è proseguita nella preghiera, con la consegna della Lettera alla comunità dell’Arcivescovo ai catechisti rappresentanti di ogni Vicariato foraneo come gesto simbolico di appartenenza a un’unica Chiesa per un mandato catechistico da vivere non come singoli ma come comunità intera che educa e annuncia il Vangelo.

A conclusione della celebrazione le parole di don Diego Tendas: Cosa siamo chiamati a fare, come catechisti, coi nostri bambini, con i giovani, con gli adulti che si accostano alla fede? Dobbiamo essere attenti, insieme a loro, agli appelli di Dio nella loro vita. Noi non sappiamo, perché non possiamo, dare la fede a nessuno perché essa è dono di Dio: ma possiamo e dobbiamo ascoltare! Manipolare una mente e inculcare qualcosa risulterebbe più semplice: l’ascolto, invece, richiede umiltà e silenzio. Allora dobbiamo essere coscienti che prima di ogni catechesi nostra, c’è il lavoro dello Spirito, che già ha creato dei capolavori. Il nostro compito è essere accompagnatori e ministri in questo dialogo con Dio. Vorrei che andassimo via da questo Giubileo con una convinzione e una consolazione: non dobbiamo affannarci per creare Dio nel cuore delle persone, perché egli è già lì prima di noi. Fermiamoci ad ascoltare, soprattutto i bambini, creiamo relazioni di vita! Ricordiamoci che non siamo pedine per raggiungere un fine, ma siamo precisamente ognuno di noi il fine dell’opera di Dio.

Allora il consiglio che ci diamo a vicenda al termine di questo Giubileo è proprio questo: ascoltiamo coloro a cui siamo inviati, perché siamo inviati a mani vuote!


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