Lunedì, 13 Luglio 2020

Progetto1

Un anno fa sono arrivata qui con un sogno: completare la mia formazione per lavorare nell’ambito della sanità come ingegnere clinico, scegliendo l’Università capace di impartire la formazione migliore e di fornire un’interfaccia con il mondo del lavoro...

di Veronica Moi

Sono rimasta piacevolmente colpita di quanto sia stato facile sentirmi a casa, pur avendo appena lasciato Cagliari - dopo la triennale in ingegneria biomedica - per mancanza di corsi specialistici del mio settore negli atenei isolani. Senza “sbattere la porta”, ho riempito la valigia di serenità, prodotti tipici sardi e tanti vestiti pesanti, perché qui l’inverno è rigido, c’è la Bora e vola tutto, anche i bambini. All’inizio era difficile star dietro alla velocità del dialetto perché qui “bevono ombre di vino”, fanno il caffè con la “cogoma” e guai a chiamare “busta” il sacchetto della spesa perché “busta” è la droga e qualsiasi sacchetto abbia i manici si chiama “borsa”. È simpatica Trieste, di una bellezza che ti lascia camminare deliziandoti della musica classica; il traffico è disciplinato e la “mulerìa” (la gioventù) è quieta. Ci si ritrova nei caffè letterari a studiare, per un appuntamento di lavoro o per trascorrere un pomeriggio degustando ottimi vini durante la presentazione di un libro. Qui lavorano 10.000 ricercatori e gli abbonamenti a teatro superano quelli allo stadio. Trieste la ritrovi nei salotti della cultura dei tempi di Svevo, Saba e Joyce, arredati come allora, con esperti che dialogano con la gente durante i “Caffè delle scienze e delle lettere”, rispecchiando ampiamente l’era post-accademica, spiccatamente europea, in cui i docenti si interfacciano con gli studenti, senza l’inutile aura di distacco, lasciando le porte dei laboratori aperte alle idee. L’Università è grande, molto vivibile, internazionale. L’immigrazione non è un problema da risolvere, è un fenomeno che viene vissuto come tanti altri, con la necessità di essere monitorato. Chiudere le frontiere? Per loro non se ne parla, neppure in questi giorni in cui i giornali fanno leva sull’episodio dei due poliziotti uccisi in questura, in una città di certo non abituata alla cronaca nera ma attenta alla sicurezza e favorevole all’aumento dei controlli nelle aree più critiche. A Trieste si trova il porto più grande della penisola, che fu anche il principale sbocco sul mare dell’impero austriaco. Infatti il nome antico Tergeste significa mercato. Ci sono 4 eccellenti poli di Ricerca scientifica in cui studiano persone provenienti da tutto il mondo, con tutti gli effetti che giovano all’economia. Chiudere le frontiere significherebbe inoltre diminuire notevolmente la disponibilità di manodopera per tante aziende in ogni settore, dall’industria metalmeccanica a quella navale, a quella alimentare. Trieste è un groviglio di culture che parlano italiano, dialetto, serbo, croato, sloveno, inglese, tedesco, rumeno, albanese, cinese; un insieme di Fedi religiose, capaci di convivere ed integrarsi nella città con tanta naturalezza: qui risiede una delle comunità ebraiche più grandi d’Italia. Ci si sente al sicuro anche da sole, perché se una donna passa davanti ad un bar nessuno si sente autorizzato ad ammiccamenti o battute. La loro cucina propone piatti che spesso sono a base di carne e legumi, alcuni decisamente nostrani, altri diffusi anche nell’Est Europa. I dolci triestini e friulani (e no, triestino e friulano non sono la stessa cosa) richiamano la semplicità dell’impasto sottile, il ripieno di frutta secca e l’accompagnamento di vino o grappa. Negli ultimi anni Trieste si colloca tra le prime 10 città italiane per la qualità della vita. È la città più anziana d’Italia e credo di aver capito quale sia il loro segreto: la giovialità, la bontà d’animo e la capacità di vedere il bicchiere sempre pieno, di guardare al futuro con ottimismo, anche nelle grandi difficoltà.

Pin It

Iscriviti al nostro canale youtube

Guarda i nostri video dalla diocesi

YouTube icon