Lunedì, 13 Aprile 2026

 

Nell’ultimo numero de L’Arborense, grazie al progetto presentato all’Istituto L. Mossa di Oristano, abbiamo parlato della Cooperativa Sociale Il Samaritano e della casa di accoglienza nata con lo scopo di promuovere lo sviluppo sociale attraverso la cultura della solidarietà e dell’autopromozione. Per approfondire la conoscenza di questa realtà che opera nella nostra Arcidiocesi, abbiamo rivolto qualche domanda al dott. Antonello Caria, presidente della Cooperativa.

* di Giovanni Licheri

Com’è nato Il Samaritano e quale intuizione vi ha spinto a scegliere, come missione principale, l’accoglienza di persone a fine pena o in misura alternativa?

La Cooperativa sociale è nata nel 1997 per dare seguito a un’intuizione del fondatore, don Giovanni Usai, cappellano nelle carceri, ispirata dalle beatitudini e nello specifico dal richiamo evangelico alla visita ai carcerati. Si tratta di un percorso che storicamente nasce nello stesso momento in cui nelle carceri si poneva l’esigenza di dare accoglienza esterna ai tanti immigrati extracomunitari privi di luoghi ove usufruire di misure alternative alla detenzione. Servizio che il fondatore già svolgeva nella propria casa parrocchiale. A quell’esperienza si collegò un progetto più ampio che intendeva dare senso a percorsi di accoglienza comunitaria collegati all’inserimento sociale e lavorativo.

Con quale tipo di proposta si partì?

Di fatto la Cooperativa sociale di tipo B era la formula giusta per favorire questi percorsi di vita. La cooperativa nella fase di prima fondazione fu costituita da personalità differenti e molti giovani provenienti dal terzo settore, dal mondo della produzione agricola e delle imprese. Si può dire che la compagine di allora fosse una vera e propria iniziativa di volontariato in quanto i soci fondatori, ma questo allora come oggi, vedevano come prima motivazione costituire un progetto di servizio sociale, un modo per attuare in concreto l’articolo 27 della costituzione che vede la pena come strumento di ri-educazione della persona che ha commesso reati.

Che tipo di rapporto avete costruito nel tempo con il mondo della giustizia?

I primi interlocutori sono la Magistratura nelle sue articolazioni, in particolare quella di sorveglianza; poi il sistema penale nel suo complesso, dall’amministrazione penitenziaria alle aree educative, sino agli Uffici di esecuzione penale esterna. Tra le collaborazioni c’è quella con le Forze dell’ordine: Carabinieri e Polizia di Stato.

07 14 01 la sede della cooperativa sociale il samaritano ad Arborea

 

Quanto conta oggi la fiducia reciproca?

Data la delicatezza del lavoro che svolgiamo, la collaborazione fiduciaria reciproca è la prima risorsa, senza la quale non ci possono essere percorsi efficaci e soprattutto il riconoscimento da parte della comunità civile. I nostri ospiti arrivano in comunità che è un luogo aperto, non uno spazio restrittivo. Le uniche restrizioni sono date dalle prescrizioni del magistrato inserite nei progetti educativi individualizzati, che la persona accolta deve seguire, pena il ritiro delle misure alternative e il rientro nella condizione di detenzione. In questo la prima difficoltà da superare è l’opinione diffusa che l’unica via per le nostre storie di vita sia il carcere. Per cui ogni caduta nel percorso rischia di compromettere l’intero progetto. Nei fatti, dalla sua fondazione la comunità ha ospitato migliaia di persone di cui molte hanno cominciato un’altra vita. Le cadute ci sono state e talvolta fanno più rumore dei percorsi positivi.

Dentro la Cooperativa non c’è solo accoglienza, ma formazione: quali percorsi educativi e professionali proponete agli ospiti?

La persona che diviene ospite della nostra Comunità, ricordiamo che si tratta di una struttura sociale riconosciuta dalla legislazione della Regione Sardegna sui servizi alla persona, comincia un percorso a seguito di una prima accoglienza, da cui può scaturire una permanenza più lunga. Ogni storia in comunità diventa un progetto personalizzato socioeducativo, che prevede la disponibilità alla collaborazione alla vita comunitaria nelle varie incombenze (pulizia, cucina, giardino), momenti di istruzione in collaborazione con i Centri per l’educazione degli adulti, momenti ludici e ricreativi di contatto con la comunità civile. Tra queste opportunità c’è il lavoro nella nostra azienda agricola che, se ci sono le condizioni sulla singola persona, si trasforma in un contratto di lavoro per il tempo della durata dell’ospitalità fino alla conclusione della pena. Ma il gruppo di lavoro socioeducativo favorisce anche l’inserimento lavorativo esterno, sia durante il percorso in comunità che nel fine pena. Sono tanti i nostri ex ospiti che ora lavorano nel territorio, in Sardegna, in Italia ma anche nelle loro terre d’origine.

07 14 01 lavori nei campi socialmente utili 2

 

Quale futuro immagina per la Cooperativa in un Paese che parla molto di sicurezza ma ancora poco di reinserimento reale?

Centrando l’attenzione sul nostro mestiere, viste le ultime disposizioni in materia di carcere e di sovraffollamento, anche richiamando provvedimenti di legge nazionale di recente emanazione che parlano di misure alternative nelle comunità gestite dal terzo settore, potrei dire che siamo sulla strada giusta. C’è una preoccupazione che riguarda le politiche che stanno accentuando l’approccio securitario, che vuole rassicurare l’opinione pubblica marcando le misure restrittive e repressive, contrastando l’integrazione sociale e la convivenza tra i popoli. Per cui, il nostro compito è quello di essere al contrario un’alternativa di confine che lascia aperta la speranza necessaria, in un momento in cui si vuole rinforzare la chiusura sociale e la caduta della fiducia nella convivenza. Per dare un segno differente al ragionamento: le statistiche ci dicono che per la gran parte delle persone che finiscono in carcere (in gran parte si tratta di condanne per reati minori legati al traffico di droga, un terzo della popolazione carceraria è costituita da immigrati), su dieci condannati che scontano pene detentive sette tornano a delinquere. Nel nostro caso le percentuali si ribaltano: su dieci nostri ospiti, in media quasi otto cominciano un altro percorso e non tornano a delinquere. Questo significa che servono le misure alternative in quanto liberano davvero le nostre comunità da persone che altrimenti non hanno nuove opportunità. Le persone sono nella gran parte una ricchezza che va valorizzata e fatta emergere: questo è il nostro compito anche per il futuro.


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