Lunedì, 13 Aprile 2026

 

Il caso del piccolo Domenico, deceduto all’età di due anni dopo un trapianto di cuore effettuato il 23 dicembre scorso, spinge molti a cercare risposte a una domanda ricorrente: come funziona realmente la complessa organizzazione che permette di dare una speranza concreta di vita a chi non trae più benefici da alcun’altra terapia?

In Italia esiste il Centro Nazionale Trapianti, istituito con legge nel 1999, che coordina la Rete Nazionale Trapianti di cui si avvalgono il Ministero della Salute e le Regioni, oltre alle province autonome di Trento e Bolzano.

Si tratta di un organismo che vigila sulla Rete dei Trapianti, e che, tra le altre cose, coordina i programmi di trapianto nazionali, sia quello urgenze che quello pediatrico. La Rete, a sua volta, comprende i centri che segnalano i donatori, quelli che eseguono i trapianti e tutte le strutture di coordinamento che fanno la valutazione e l’assegnazione degli organi.

Il prelievo degli organi viene effettuato solo dopo l’accertamento della morte, che avviene secondo criteri neurologici (6 ore di osservazione con cuore ancora in attività ma assenza di funzioni cerebrali), oppure secondo criteri cardiocircolatori, per i quali la morte viene accertata con elettrocardiogramma, che deve registrare l’assenza di attività cardiaca per almeno 20 minuti consecutivi. La procedura prevede che l’espianto sia eseguito da una squadra chirurgica dello stesso ospedale in cui verrà attuato il trapianto.

L’équipe, giunta nell’ospedale dove si trova il donatore, valuta e controlla anche visivamente le condizioni dell’organo, procede al prelievo e lo trasporta nel più breve tempo possibile nell’ospedale dove è ricoverato il ricevente. Il trapianto viene effettuato da un'altra squadra di chirurghi, che a loro volta esaminano accuratamente l’organo da trapiantare, sottoponendolo a una serie di controlli prima di operare il paziente. Se i controlli non vengono superati l’intervento è annullato.

Tutto ciò esiste, perché esistono i donatori: persone che hanno espresso la volontà di donare i propri organi e tessuti dopo la morte, e che, in questo modo, contribuiscono a cambiare la vita, e in molti casi a salvarla, a coloro che sono in attesa di trapianto. Tra questi ultimi non c’è solamente chi vive nell’alternativa tra continuare a vivere e lasciare anzitempo questa terra, a seconda che arrivi in tempo un nuovo organo. C’è anche chi, per esempio, è costretto a sottoporsi a dialisi più volte la settimana, e grazie a un trapianto di rene può tornare alla normalità; o chi recupera la vista grazie a un trapianto di cornea.

La dichiarazione di volontà di donare può essere espressa in Comune al momento del rinnovo della carta di identità elettronica: nella stessa occasione si può anche scegliere di opporsi. Gli ultimi dati disponibili indicano che, tra coloro che hanno espresso dichiarazioni in merito alla donazione, circa il 60% ha dato il consenso, mentre circa il 40% lo ha negato.

Esiste poi un numero consistente di persone, parliamo di oltre il 40% della popolazione che ha rinnovato la carta di identità, che non ha espresso alcuna volontà. In questi casi, qualora al momento del decesso i sanitari ritengano che, dal punto di vista medico, la donazione sia possibile, la richiesta di assenso viene rivolta ai familiari. L’astensione è talvolta motivata da scarsa informazione, o da timori sull’adeguatezza del periodo di accertamento: la conoscenza, però, permette di scegliere, e di farlo con piena consapevolezza.

Mauro Solinas, avvocato


 

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