Venerdì, 19 Luglio 2024

Sant’Antonio del Deserto (o del fuoco) è stato un abate ed eremita egiziano, fondatore del monachesimo. Nasce verso il 251 a Koma, in Alto Egitto, da una famiglia cristiana di agiati proprietari terrieri...

di Giovanni Enna

Alla morte dei genitori, in età tra i 18 e i 20 anni, verso il 271, vende gli ottanta ettari delle terre paterne e frequenta la scuola di un asceta vicino al suo villaggio. All’età di 35 anni, dopo molti assalti dei demoni, si rinchiuse in una fortezza abbandonata. Vi rimase per 20 anni e, verso il 306, all’età di 55 anni, abbandonò il suo ritiro e accettò discepoli. Perseguitato dai visitatori, raggiunse il monte Kolzim, nel deserto arabico. Da questa montagna inferiore scendeva regolarmente verso Pispir, sulla sponda destra del Nilo, per risanare gli infermi e istruire chi si recava da lui. È probabilmente allora che compose le sue lettere. Nel 388, su richiesta dei vescovi, Antonio, all’età di 87 anni, ritornò ad Alessandria, per confutare le tesi ariane. Morì il 17 gennaio del 356, a 105 anni. Il Dayr Anba Antunyus, come chiamano in arabo il Monastero di sant’Antonio, è uno dei più antichi e più importanti monasteri dell’Egitto, posto nel cuore della catena arabica, il sistema montuoso che delimita a est la valle del Nilo, nella regione di Zaffarana, sul Mar Rosso, 260 km a sudovest del Cairo. La sua origine risale agli inizi del IV secolo, quando Antonio, che da anni si era ritirato in solitudine per vivere nella preghiera e nella mortificazione il suo personale rapporto con Dio, disturbato dal numero crescente di persone che venivano attratte dalla sua fama per chiedergli preghiere e consigli, si aggregò a una carovana di beduini che s’inoltrava nel deserto arabico e andò in una grotta ai piedi del monte al-Qulyum (Klisma), nello Wadi al-Araba, a circa trenta km dal Mar Rosso. Qui, dove una sorgente rendeva possibile la vita, in vicinanza del luogo ove ora sorge il monastero, dapprima solo e poi con la compagnia di alcuni discepoli, Antonio visse per 40 anni, fino alla morte. La sua vita è raccontata dal patriarca di Alessandria sant’Atanasio, suo discepolo. L’autenticità dell’opera è ormai indiscussa. Sant’Agostino, nelle Confessioni, narra come la sua persona, a 30 anni dalla morte, suscitasse vocazioni irresistibili. L’opera diffuse largamente la conoscenza della vita monastica. Alla figura di S. Antonio sono stati connessi riti pagani e leggende. Ciò è dovuto alla collocazione calendariale della sua morte. Sicché sant’Antonio ha assunto gradualmente le funzioni di divinità pagane. A gennaio riecheggiava ancora un substrato di usanze precristiane collegate al solstizio d’inverno. Nella Roma Antica si festeggiavano i Saturnali (ciclo di festività dedicate a Saturno). D’altronde, nella storia dell’evangelizzazione, è spesso successo che i convertiti trasferissero, all’interno della nuova fede, "riti" della precedente, perché si trattava di tradizioni cui non potevano rinunciare, pena la perdita della loro identità. Ancora oggi, in alcune regioni, il 17 gennaio, si benedicono gli animali domestici sul sagrato delle chiese a lui dedicate. È considerato anche il guaritore del fuoco di sant’Antonio. In suo onore si accendono grandi falò, le cui ceneri sono ritenute amuleti; egli avrebbe “rubato”, accompagnato da un maialino, il fuoco dall’inferno.

 

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