Domenica, 17 Maggio 2026

 

Mercoledì 17 Settembre è stato il giorno in cui la Sardegna, seconda regione d’Italia in ordine di tempo (la prima era stata la Toscana), si è dotata di una legge sul suicidio assistito, che permette alle persone in determinate condizioni di salute di poter accedere a questa pratica.

* di Fabrizio Sanna

E' stata la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 242/2019, a depenalizzare l’aiuto al suicidio e a permetterne l’attuazione nei casi in cui fossero soddisfatti diversi criteri. Il paziente che volesse accedervi deve essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli, deve avere una patologia irreversibile, deve versare in condizioni fisiche o psicologiche ritenute intollerabili da lui stesso e deve essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (come, per esempio, la respirazione artificiale).

In mancanza di una legge nazionale che regoli questa pratica, diverse regioni, tra cui la Sardegna, hanno incominciato a operare al fine di rendere possibile, nel loro territorio, un percorso che consenta a chi lo chieda, e ha i requisiti stabiliti dalla Consulta, di poter essere assistito nel realizzare il proprio suicidio.

La legge sarda approvata è stata votata con 32 voti a favore, 19 contrari e un astenuto.

Carla Fundoni (PD), medico che ha presieduto la Commissione Salute e che è stata relatrice del testo di legge che è stato approvato a larga maggioranza dal Consiglio Regionale, ha affermato: Il messaggio che mi sento di offrire nella discussione è che la politica deve saper affrontare anche i temi più complessi con responsabilità, con profondo rispetto nei confronti dei pazienti e delle famiglie che vivono quel particolare momento, degli operatori della sanità, senza slogan, senza giudizio e senza paura. Come istituzione abbiamo il dovere di affrontare il tema con coraggio e responsabilità, senza lasciare che siano altri a decidere per noi. Questo non è un tema che deve dividere, ma che ci deve interrogare come persone (…). Garantire diritti, ascoltare la persona nella sofferenza, tutelarne la dignità, garantirne la libertà e accompagnarla con cura e rispetto: questa è la direzione in cui vogliamo andare, nella piena consapevolezza del valore della vita fino all’ultimo istante.

Nell’intenzione dei promotori, la legge sarda sul fine vita servirebbe a coprire un vuoto legislativo. Molti di coloro che hanno votato contro, invece, sono convinti che debba essere il Parlamento a pronunciarsi: in caso contrario il rischio sarebbe quello di una frammentazione legislativa dovuta alla potenziale presenza di norme diverse sulla tematica dell’assistenza al suicidio da regione a regione.

Già Pascal, nei Pensieri, segnalava: Nulla si vede di giusto o di ingiusto che non muti col mutare di clima. Tre gradi di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza; un meridiano decide della verità; nel giro di pochi anni le leggi fondamentali cambiano; il diritto ha le sue epoche; l'entrata di Saturno nel Leone segna l'origine di questo o quel crimine. Singolare giustizia che ha come confine un fiume! Verità di qua dei Pirenei, errore di là. Come comportarsi di fronte a questa frammentazione etica e legale? Dov’è il bene?

Sono tanti e difficili gli interrogativi che il tema del suicidio assistito porta con sé: è un diritto? È espressione della libertà del soggetto? Tutela la sua dignità? Ma, forse, prima di schierarci, dovremmo rispondere a un’altra domanda: la vita vale o non vale la pena di essere vissuta? Poiché, parafrasando Nietzsche, è se c’è un senso, se c’è un perché per vivere che si possono attraversare quasi tutti i come.


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